FELICITA' COME CONDIZIONE ESISTENZIALE

 

 

 “A metà strada tra Platone e il Prozac,

 la felicità ha smesso di essere un nobile obiettivo

 per diventare un diritto”

 (Richard Schoch – Le vie della felicità)

  

 

La “felicità” è una delle mete più ambite dall’uomo occidentale. Essa è divenuta una condizione cercata e rincorsa, un nuovo “Nirvana” difficile da definire e spesso difficile da raggiungere. Oggi parliamo di ‘diritto alla felicità’, sancito anche nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America: ma cosa è la felicità? Come è cambiato il suo concetto nel corso dei secoli? Iniziamo con una definizione del filosofo Salvatore Natoli[1]: “I greci chiamavano la felicità eudaimonía, il ‘buon demone’, e –meglio ancora- eutychía, ‘la buona sorte’. E la lingua tedesca intende la felicità allo stesso modo: la parola Glück significa insieme ‘felicità’ e ‘fortuna’, che è come dire ‘felici per caso’. Anche la parola inglese happiness, ‘felicità’, deriva dal verbo to happen, che vuol dire appunto ‘accadere’ e allude perciò all’occasionalità e all’aleatorietà dell’essere felici.”[2]

  

La felicità è qui intesa come un evento che può accadere nella vita, che irrompe nell’esistenza di una persona e la domanda principale che ci poniamo è se veramente possibile essere felici nella vita.  Come ha scritto William James (1842 - 1910), filosofo e psicologo americano: “ottenere, conservare, recuperare la felicità è per la maggior parte degli uomini, in qualsiasi epoca, il movente segreto di tutte le loro azioni e della loro capacità di sopportazione”[3].

  

E’ certamente fuori da ogni dubbio che ognuno di noi desideri una vita felice, come è altrettanto scontato che ognuno di noi pone la felicità come premio o meta di una vita vissuta con pienezza. Ma cosa è la felicità? Felicità, serenità, gioia, estasi, contentezza, compiacimento, spensieratezza, allegria, soddisfazione, buon umore, ottimismo, eccitazione, entusiasmo, delizia…sono quasi sinonimi e ognuno di noi potrebbe descrivere con parole diverse il ‘sentirsi felici’: ognuno dei termini elencati sopra pone l’accento su aspetti diversi che ne procurano lo stato d’animo. Il filosofo e psicoterapeuta Umberto Galimberti (1942 – vivente) , nel suo Dizionario di Psicologia, descrive così la felicità:  “condizione di benessere di rilevante intensità caratterizzata dall’assenza di insoddisfazione e dal piacere connesso alla realizzazione di un desiderio. Nel suo nesso con il desiderio la felicità rivela il suo carattere circostanziale, cioè il suo legame a condizioni di fatto complessive e transitorie, da cui dipende anche la sua caducità”[4]

  

Quindi la felicità è fatta di attimi o è possibile pensare ad una ‘esistenza felice’? Nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America del 1776 è enunciato il diritto, per ogni essere umano, alla ricerca della felicità: quindi è essa una meta da raggiungere attraverso una ricerca attiva? Vedremo sotto come religione, filosofia e psicologia hanno dato nei secoli e nelle diverse scuole di pensiero delle risposte diverse a questa legittima ricerca della felicità, fino ad arrivare alla concezione odierna della Psicologia Positiva che fa capo a Martin Seligman[5] (1942 – vivente) che pone l’obiettivo della psicologia nello “incrementare gli stati che rendono la vita degna di essere vissuta”[6].

 

Seligman, nel libro citato a piè di pagina, La costruzione della felicità, distingue l’inseguimento del piacere da quello della gratificazione: mentre il piacere è momentaneo e và incontro ai fenomeni di assuefazione e dipendenza che contrastano con lo stato di ben-essere, la gratificazione, pur richiedendo sforzi e costanza nel perseguirla, riempie la vita di significato.

 Scrive l’autore: “il piacere segnala il raggiungimento dell’appagamento biologico, mentre la gratificazione segnala il raggiungimento di una crescita psicologica”[7]

  

Una crescita psicologica all’insegna della gratificazione, una felice maturità; è quindi possibile essere felici nella vita? La risposta non è poi così scontata. Sigmund Freud (1856 - 1939)  ne Il disagio della civiltà scriveva: “Se la civiltà impone sacrifici tanto grandi, non solo alla sessualità ma anche all’aggressività dell’uomo, allora intendiamo meglio perché l’uomo stenti a trovare in essa la sua felicità. Di fatto l’uomo primordiale stava meglio, poiché ignorava qualsiasi restrizione pulsionale. In compenso, la sua sicurezza di godere a lungo di tale felicità era molto esigua. L’uomo civile ha barattato una parte della sua possibilità di felicità per un po’ di sicurezza”[8]

 

          Cercheremo quindi di riassumere, nei prossimi paragrafi, varie risposte che l’essere umano ha dato a questo domanda: è possibile essere felici nella vita?

 

La ricerca della felicità nel periodo greco

 

Che concezione aveva l’uomo, nell’antichità, di “vita felice” ? Per poterlo intuire, dovremmo fare uno sforzo di immaginazione sul come doveva essere la vita di una persona comune alcuni millenni fa.

 

I momenti di serenità e prosperità potevano essere interrotti all’improvviso da una invasione nemica, una carestia, un’epidemia. Si poteva essere ridotti in schiavitù o uccisi all’improvviso.

 

Mancando la conoscenza scientifica della natura, delle malattie, delle calamità, i fenomeni naturali erano inspiegabili e venivano quindi  attribuiti a Divinità superiori, ai loro capricci o ai loro oscuri disegni. L’esistenza umana veniva concepita come governata e gestita dal volere degli Dei. La concezione della felicità era legata al ben volere degli Dei.

 

Come scrive Darrin M. McMahn[9] nel suo libro Storia della felicità,  La felicità è quello che ci capita e non dipende da noi[10]. Questa frase potrebbe sintetizzare il pensiero degli antichi.

 

 Affidarsi al fato e al volere degli Dei, appariva essere la cosa più saggia di fronte all’instabilità degli eventi della vita. In questa concezione si innesta la novità della nascita del pensiero Greco. Nel VI secolo a.C., a Mileto in Asia Minore, i primi filosofi quali Talete (circa 640/624 a.C. - 527 a.C.) e i suoi discepoli Anassimandro (circa 610 a.C. –546 a.C.), e Anassimene (circa 586 a.C. –528 a.C.), iniziano ad indagare sui fenomeni della natura e sulla natura dell’archè l’elemento costitutivo ed animatore della realtà. Si gettano così le basi del pensiero occidentale: l’uomo si fa promotore di una conoscenza diretta della realtà che lo circonda. L’uomo capace di riflettere su sé stesso e quindi di porsi delle domande indaga direttamente le realtà in cerca delle risposte.[11]

 

All’inizio il pensiero filosofico si sviluppò nelle colonie greche dell’Asia Minore (odierna Turchia) e Magna Grecia (odierna Italia Meridionale). Il merito di aver portato la fiamma del pensiero filosofico ad Atene sarebbe da attribuirsi ad Anassagora (circa 500/496 a.C. – 428 a.C.) il padre dei moderni ufologi, per aver per primo sostenuto che la luna era un globo roccioso e abitato.

 

Fu proprio ad Atene che il pensiero filosofico volse lo sguardo non solo sulle leggi di natura ma anche sulla condizione dell’uomo, con le grandi menti di Socrate (469 a.C. –399 a.C.), Platone (427 a.C. –347 a.C.) e Aristotele (384 a.C. –322 a.C.).

  

Di Socrate nulla è rimasto di scritto in quanto forse non scrisse nulla. Per questo filosofo la conoscenza non doveva essere attinta dai libri ma ‘costruita’ attraverso il continuo interrogarsi sulla natura delle cose. Per indagare il suo pensiero sulla felicità, dobbiamo rifarci ad altri che hanno scritto di lui, in particolare al suo allievo più brillante Platone. Questi fa dire a Socrate, nel Simposio, che non è necessario chiederci perché l’uomo desideri la felicità, perché questo desiderio è evidente. Quindi, poiché tutti desideriamo la felicità, in che modo possiamo essere felici?

 

Secondo Socrate (o secondo Platone che fa parlare Socrate) possiamo essere felici educando il desiderio, instillato da Eros, al bene e alla bellezza lungo un cammino lungo ed arduo. La filosofia ci aiuta in questo percorso che ci porta ad elevarci verso la Bellezza. Un percorso verso l’alto che ci porta a lasciare da parte i piaceri effimeri (la felicità non è edonismo) della vita per incontrare, attraverso la virtù,  il bene ultimo, ciò che è “bello in sé”.

 

La felicità, secondo Socrate, dipende quindi da noi ed è nelle nostre possibilità raggiungerla e questo è un passaggio fondamentale nel pensiero dell’antichità.

 

La felicità diviene una dimensione esistenziale raggiungibile attraverso un percorso umano e personale e la filosofia è la via maestra per percorrere questa strada.

  

Se per Socrate-Platone, la felicità è raggiungibile volgendo lo sguardo in alto, verso il sommo bene, sarà Aristotele a riportare lo sguardo dell’uomo verso terra. Per Aristotele infatti tutte le cose animate e inanimate nel mondo, mirano a raggiungere uno scopo, un fine, un telos come una ghianda mira a divenire quercia, un piatto a contenere il cibo, un marinaio a far navigare una nave. Qual è dunque il fine ultimo dell’essere umano? 

 

Scrive Aristotele nella Etica nicomachea, che questo fine supremo è coltivare la facoltà che ci distingue da tutte le altre creature, il ragionamento, e agire di conseguenza. Questa è la strada che ci porta a coltivare la ‘virtù’ premessa indispensabile per la felicità e l’autore in un’altra sua opera, la Retorica ne definisce il termine e le condizioni necessarie per averla.

 

Felicità sarebbe la prosperità unita alla virtù, costituita secondo Aristotele, da: buona nascita, abbondanza di amici, buoni amici, ricchezza, buoni figli, abbondanza di figli, una buona vecchiaia, una buona condizione fisica intesa come salute, bellezza, forza, alta statura, atleticità, e poi fama, onore, fortuna e ‘la virtù’.

 

Aristotele rifiuta infatti l’idea di Socrate e Platone che la virtù sia condizione sufficiente ad assicurare il raggiungimento del fine ultimo della creatura umana. Secondo Aristotele, come potrebbe essere felice qualcuno che possedesse la virtù ma soffrisse i peggiori dei mali e le peggiori disgrazie del mondo?  Il godere di una buona salute, di agiate condizioni economiche, di una buona posizione sociale, della compagnia di buoni amici, è condizione sufficiente, secondo il filosofo macedone, per godere di una felicità, sia pur approssimativa. Ma queste condizioni non sono sufficienti ad una piena felicità. E’ necessario coltivare la virtù, attraverso l’uso della ragione.

 

Purtroppo la piena felicità Aristotelica non era alla portata di tutti: ne era escluso chi non era dotato di ragione e cioè, nel pensiero dell’epoca, donne, schiavi e bambini. Inoltre erano esclusi coloro che non avevano il tempo di libero per esercitare la riflessione e per istruirsi. Sotto queste condizioni, la piena felicità, era in pratica riservata ai maschi, liberi e dotati di buona posizione economica.[12]

  

Molto più democratico il pensiero di Epicuro (341 a.C. –271 a.C.), che resta sicuramente il filosofo greco oggigiorno più collegato ai concetti di piacere e vita felice. Egli ammetteva alla propria scuola anche donne o schiavi, provocando l’indignazione degli uomini del suo tempo. Gli insegnamenti di Epicuro sono stati fatto oggetto di una severa critica nei secoli, tanto che ad oggi, il termine ‘epicureo’ è divenuto sinonimo di persona dedita ai vizi e ai piacere più sfrenati; niente di più lontano dagli insegnamenti del filosofo di Samo. E’ pur vero che Epicuro insegnava che l’unica sorgente di felicità è il piacere, e che il piacere dovrebbe essere l’unico scopo a cui ogni azione dell’uomo dovrebbe tendere. Nella Lettera a Meneceo, il filosofo scrive: “E per questo noi diciamo che il piacere è il principio e il termine del vivere felici”[13]

  

Ma che cosa è il piacere secondo Epicuro ? Ce lo spiega lo stesso filosofo in un passaggio del testo citato sopra: “Quando dunque diciamo che il fine ultimo è il piacere non ci riferiamo ai piaceri dei dissoluti a ai godimenti volgari, come credono alcuni che non conoscono, non apprezzano o interpretano male il nostro pensiero, ma intendiamo il non patire dolore nel corpo e il non essere turbati nell’anima”[14]

  

Per il filosofo il piacere è quindi l’assenza di dolore (aponia) e l’assenza di turbamento dell’anima (atarassia). Il saggio dovrà quindi essere molto attento nella scelta dei piaceri perché, scriveva Epicuro, ci sono piaceri dinamici (cinetici) che durano poco e lasciano l’uomo più insoddisfatto di prima e piaceri statici (catastematici) che invece durano a lungo, frutto della capacità del saggio di godere ogni momento della propria vita come fosse l’ultimo, senza preoccupazioni per l’avvenire e accontentandosi di quello che la vita ci riserva.

 

Meno si possiede e meno si teme di perdere, per questo il filosofo divideva i piaceri in naturali e necessari (come bere o mangiare), naturali e non necessari (come bere vino al posto di acqua quando si ha sete), e non naturali e non necessari (come il desiderio di ricchezza o di potere), consigliando di perseguire sempre i primi.

 

Una vita felice, secondo il pensiero epicureo è quindi una vita di serenità profonda e duratura e non una vita volta ad inseguire piaceri fugaci ed effimeri che alla fine lasciano l’uomo più affamato di prima (su questo punto è convergente il pensiero dello psicologo Martin Seligman).

 

Lasciamo quindi ad Epicuro con le sue parole dette 2.300 anni fa, darci i suoi consigli per trovare la via ad una vita felice:

 

-       “Di per sé nessun piacere è un male. Tuttavia i mezzi che procurano certi piaceri arrecano molti più turbamenti che appagamenti”[15]

-       “Di tutto ciò che la sapienza procura per la felicità completa della vita il bene più grande è il  

        possesso dell’amicizia”[16]

 -        “La necessità è un male, ma non c’è nessuna necessità di vivere nella necessità”[17]

 -       “Tu, pur non essendo padrone del domani, rimandi il momento di sentirti bene: nel frattempo  

        la vita passa e ciascuno di noi muore senza aver mai smesso di affannarsi”[18]

 -       “Non bisogna sciupare quello che si ha con il desiderio delle cose che mancano, ma riflettere sul

        fatto che anche ciò che si ha era prima oggetto di desiderio”[19]

 

 

 

Altra figura interessante nel panorama della filosofia greca fu senz’altro un contemporaneo di Epicuro, il filosofo Zenone di Cizio (333 a.C. – 263 a.C.), fondatore della scuola stoica, che prese il nome da Stoa, i porticati sotto i quali il filosofo teneva le sua lezioni. Il pensiero di Zenone su come l’uomo può raggiungere la felicità nella vita, si può riassumere con le sue parole: “l’uomo deve essere liberato dalle passioni, vero e unico male”.

 

Secondo il filosofo cipriota, l’universo è regolato dal logos, un’intelligenza Divina che ne guida finalisticamente l’evoluzione , facendo evolvere le cose verso la loro meta predestinata e donando ordine e armonia a tutto ciò che ci circonda.  Quindi anche l’uomo essendo  dominato dal logos è parte di un disegno divino più grande di lui e che non ci è dato di sapere. Per questo dovrebbe cercare di vivere in armonia con la propria peculiare natura e in armonia con la natura nel suo complesso, condividendone la perfezione.

 

La strada per la felicità passa quindi attraverso la serena accettazione di quello che si è e degli eventi che la vita ci riserva. L’uomo per essere felice deve accettare la sua condizione, qualunque essa sia, non curandosi di rincorrere quello che la vita non gli ha riservato.

  

Al di là delle differenze, peculiari di ogni pensiero e scuola filosofica dell’Antica Grecia possiamo però notare delle convergenze su alcuni punti fondamentali:

 

·       La felicità è frutto di uno sviluppo razionale più che sentimentale

 

·       Essa è il frutto dell’albero coltivato della virtù, dell’armonia di un anima ben equilibrata, di una disciplina costante delle passioni

 

·       Il piacere può accompagnare la felicità, ma il godimento dei sensi era generalmente svalutato se non disprezzato da tutte le scuole.

 

·       La felicità era il frutto di una vita intera di disciplina e impegno continuo, sotto la guida costante della ragione. Per gli antichi era quindi un obiettivo difficile da raggiungere anche il fine naturale della vita dell’uomo.

  

La ricerca della felicità nel periodo romano

  

Mentre il mondo greco, dopo la morte di Alessandro Magno nel 323 a.C. iniziava il suo declino inesorabile (anche se il pensiero ivi germogliato, attraverserà i millenni), il mondo romano iniziava la sua rapida ascesa. Sappiamo quanto la cultura romana sia debitrice verso quella greca e quanto il pensiero dei filosofi greci sia stato rispettato, studiato e assorbito nella civiltà romana. Come scrisse il poeta latino Orazio (65 a.C. – 8 a.C.): “Graecia capta ferum victorem coepit”[20] (la Grecia conquistata, conquistò il feroce vincitore)

  

Per quanto riguarda l’atteggiamento dei romani verso la felicità dobbiamo individuare almeno due grandi momenti storici: prima e dopo la cristianizzazione della società romana.

 

Nell’antica Roma la felicità era adorata in quanto considerata una divinità. Il pensiero romano era estremamente pratico e pragmatico, basato sul fare o sul sollecitare a fare; se la felicità dipende dagli Dei, la cosa migliore da fare è ingraziarsene i favori; negli anni 151 e 150 a.C. un ricco ufficiale C. Licinio Lucullo fece edificare a Roma un tempio in suo onore e nel 44 a.C. l’imperatore Giulio Cesare autorizzò la costruzione di un tempio dedicato a questa Dea.

 

La felicità era associata al concetto di fortuna a cui etimologicamente è legata[21] che elargiva i sui frutti portando benessere, fertilità, ricchezza. Quindi, visto che la felicità era dispensata dagli Dei, che ne elargivano i frutti, da una parte valeva la pena di ingraziarsene i favori, attraverso sacrifici e preghiere, dall’altro valeva la pena di non basarsi troppo sui loro effimeri capricci ma di godere di quello che una vita semplice poteva dare.

 

Furono poeti come Virgilio (70 a.C. –19 d.C.) e il già citato Orazio che posero l’accento sulla inutilità di rincorrere troppo i beni materiale in quanto l’avidità può solo aumentare e non porta necessariamente alla felicità. Ci fu un nostalgico volgersi indietro alla vita semplice e agreste dei padri, ad un mondo antico idealizzato privo di affanni ma sereno nelle sue semplici occupazioni.

 

Scriveva Orazio: “Felice chi, libero da preoccupazioni, come gli antichi lavora ancora il campo del padre con il proprio bue senza debiti che lo opprimono”[22]

  

Godi di quello cha hai, perché nella vita tutto è effimero. ‘Carpe diem’, cogli l’attimo, godi dei frutti della vita con semplicità, senza affannarti ad avere il superfluo, cerca la serena semplicità e rifuggi dall’affannosa ricerca, figlia della voracità.

 

Erede ed interprete di questo pensiero fu il filosofo romano Lucio Anneo Seneca (4 a.C. – 65 d.C.), che abbracciò il pensiero stoico, calandolo nella propria cultura, subendo gli alterni favori dell’imperatore Claudio prima e di Nerone poi.

 

Da quest’ultimo fu prima ricoperto di glorie e ricchezze e poi costretto al suicidio; Seneca ebbe sicuramente una vita dalle altalenanti sorti e proprio interrogandosi sul perché il male colpisce gli individui irreprensibili (come si era già chiesto secoli prima il Giobbe biblico), e su cosa può fare l’uomo per sopportare le sorti capricciose del destino, si rifugiò nei valori stoici dell’indifferenza e del distacco: l’uomo stoico usa le cose del mondo ma non ne è usato.

 

La fortuna può strappare all’uomo le sue cose, i suoi averi, le sue ricchezze, persino la sua salute, ma non la sua virtù e per questo l’unica cosa che vale la pena di coltivare nella vita è la virtù e la fedeltà ad essa e ai propri principi. Il saggio è come uno scoglio battuto dalla furia del mare dove le onde si infrangono impetuose su di esso, senza però smuoverlo o logorarlo.

 

Scriveva il filosofo nella sua opera La vita felice: “Felice è dunque chi vive in accordo con la sua natura, il che è possibile innanzi tutto, solo se l’animo è sano e altrettanto prioritariamente la volontà è sana e nel costante possesso della sua buona salute; in secondo luogo se è forte e vigoroso, oltremodo paziente, in grado di adattarsi alle circostanze, sollecito, ma senza ansia, del suo corpo e di ciò che gli appartiene; in terzo luogo se è attento a tutte le cose che allietano la vita, pur senza subire il fascino di alcuna, proponendosi di servirsi dei doni della sorte, non di servirli” [23]

 

La ricerca della felicità nel pensiero cristiano

 

Nella stessa epoca, iniziò, in tutto il Mediterraneo, a svilupparsi la fede ed il pensiero cristiano che ribaltò completamente la visione della felicità umana.

 

Il cristianesimo degli albori, non negò che si poteva essere felici, ma predicò che la felicità che si poteva provare nel mondo era e sarebbe rimasta sempre incompleta. La vera felicità veniva fatta coincidere con la beatitudine e non era quindi di questo mondo; c’è un’altra vita che ci attende dopo la morte, dove potremo godere di una eterna, perfetta e felice beatitudine.

 

Solo in questa prospettiva possiamo comprendere l’atteggiamento di tanti martiri cristiani che affrontarono la morte a braccia aperte, cantando inni di gloria. La sofferenza era una via di redenzione che spalancava la porte dell’eterna beatitudine. Abbracciare la croce per abbracciare la promessa del Cristo in una beatitudine dopo la morte.

 

Concependo la nostra esistenza come un transito, una preparazione verso la perfetta beatitudine che ci attende dopo la morte, perdeva di significato l’effimera felicità di questa terra. 

 

Scriveva Sant’Agostino di Ippona (354 d.C. – 430 d.C.) ne La città di Dio:  “Se i libri e i riti pagani sono veri, e la Felicità è una dea, perché non si è stabilito di adorare lei sola, dato che è all’origine di ogni benedizione e, in modo tanto economico, condurre l’uomo alla felicità ? [...] Chi desidera qualcosa se non per assicurarsi la felicità ?”[24]

  

Il cristianesimo non rinunziava quindi alla prospettiva della felicità ma la rimetteva nella mani di Dio, posticipandola alla beatitudine che ci attende dopo la morte.  Scriveva ancora Sant’Agostino nella stessa opera:  “Può un uomo sfuggire alla fame leccando l’immagine dipinta di un pane, invece di chiedere un pane reale a qualcuno che può darlo?”[25]

  

Quindi con Sant’Agostino il cristianesimo diventa non solo ‘la via’ per la felicità, ma anche la via per rendere conto della futilità di tutti i tentativi terreni per raggiungerla.[26]

 

Bisognerà attendere San Tomaso D’Aquino (1225  –1274 ) affinchè il pensiero cristiano prenda in esame la possibilità che la felicità sia anche una dimensione della vita terrena e non solo demandata all’esistenza che ci attende dopo la morte.

 

L’uomo può quindi avere una ‘felicità imperfetta’ qui sulla terra, nell’attesa di una ‘felicità perfetta’ che ci attende nell’aldilà. La vita come un lento risalire la scala che ci porta sempre più vicini a Dio, ovvero la ‘scala dell’essere’ di cui parla l’autore nel IV libro della Summa contro gentilis.[27]

 

Il grande merito che dobbiamo attribuire a Tomaso d’Aquino è quello di aver introdotto e cristianizzato il pensiero di Aristotele, creando le premesse per poter concepire un ‘felicità terrena’: “Portando Aristotele all’interno del cristianesimo, il teologo d’Aquino aveva aperto una nuova strada, una via media, tra il cielo e la terra, invitandoci a soffermarci un po’ di più e ad assaporare il viaggio, e rimandando la felicità perpetua di un giorno”[28]

  

Inoltre, mentre per gli antichi, la Virtù era una conquista attribuita quasi interamente all’attività di pochi uomini felici, il pensiero cristiano aveva già introdotto il concetto di felicità come dono di Dio, e quindi ottenibile da tutti, grazie alle fede.

 

La felicità diveniva così una possibilità alla portata di tutti, con la possibilità di anticipare la perfetta beatitudine che ci attende nel Paradiso in una imperfetta felicità qui, sulla terra.

  

La ricerca della felicità dal Rinascimento ad oggi

  

Giovanni Pico della Mirandola (1463  – 1494 ) nel 1486 scrisse il trattato Sulla dignità dell’uomo, considerato da molti il manifesto del rinascimento italiano[29]. In questa opera, il filosofo afferma che l’uomo è artefice del proprio destino perché Dio ha posto nell’uomo non una natura determinata ma una indeterminatezza. E’ quindi il libero arbitrio dell’uomo che conduce l’uomo dove vuole: “ (...) Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine.- (...) Nell'uomo nascente il Padre ripose semi d'ogni specie e germi d'ogni vita. E, a seconda di come ciascuno li avrà coltivati, quelli cresceranno e daranno in lui i loro frutti. (...) se sensibili, sarà bruto, se razionali, diventerà anima celesta, se intellettuali, sarà angelo, e si raccoglierà nel centro della sua unità, fatto uno spirito solo con Dio”[30]

  

Quindi l’uomo viene creato da Dio, libero di essere ciò che vuole e di andare secondo la sua volontà. Ma dove è che l’uomo incontra la felicità? Tornando tra le braccia di Dio che viene collocato al centro dell’Universo e meta finale di ogni uomo. E’ dopo la morte che si trova la vera e perfetta felicità. Tuttavia il filosofo parlò anche di una felicitas naturalis, una felicità naturale che avvicina l’autore al pensiero di San Tomaso d’Aquino visto sopra. Sostenendo che: “mentre la religione ci ‘spinge, dirige e costringe’ verso la felicità perfetta, la filosofia serve da ‘guida alla felicità naturale’”[31]

  

L’autore sottolinea lo spirito che si stava delineando nel Rinascimento, l’uomo acquista la possibilità di muoversi in un ambito autonomo, in cui può realizzare una sua felicità, attraverso la ragione.

 

Quindi, operando nei limiti stabiliti dalla teologia tardo medievale, gli umanisti rinascimentali ampliarono, attraverso un processo molto graduale, l’ambito della felicitas naturalis, esplorando nuovi spazi per la realizzazione degli imperfetti piaceri della vita, e iniziando a considerare la possibilità di rendere gli esseri umani più felici nella Terra.[32]

 

Thomas More (1478 – 1535) , nella sua opera Utopia, pubblicata nel 1516 scrive che gli abitanti di questo luogo ideale considerano, oltre alla fede in Dio, anche “le gioie della vita….come lo scopo naturale di tutti gli sforzi umani”[33]

  

Attorno all’idea centrale di una vera e perfetta felicità che ci attende dopo la morte, sotto forma di una beatitudine eterna., gli umanisti incoraggiarono la ricerca di una felicità terrena che diviene scopo naturale di tutti gli sforzi umani.

 

Basti pensare che fino al XIV secolo il sorriso nelle pitture era riservato alle figure religiose e quasi esclusivamente ai volti di coloro che godevano della beatitudine: la Vergine, gli angeli, i santi, Adamo ed Eva prima della scacciata dal Paradiso Terrestre. [34]

 

Dal XV secolo iniziano invece a comparire nella pittura, soggetti profani sorridenti. Citiamo ad esempio la ‘Gioconda’ di Leonardo da Vinci, dipinto tra il 1503 e il 1506,  o al ‘Ritratto di ignoto’ di Antonello da Messina, dipinto attorno al 1470 (attualmente conservato al museo di Cefalù, in Sicilia), che sembra riprendere la tradizione delle kouros, le statue greche, diffuse tra il VII e il VI secolo a.C., rappresentate da giovani adolescenti dal volto sorridente.

 

La ricerca della felicità su questa terra veniva quindi ammessa ed incoraggiata; progressivamente si passò dall’immagine di una felicità come premio divino, alla concezione di una felicità come ricerca attiva nel corso dell’esistenza. Il filosofo britannico John Locke (1632 – 1704), considerato il padre dell’empirismo moderno, contribuì con le sue teorie, ad avvallare questi concetti. La persona, secondo Locke, non ha idee innate che lo influenzano nell’esistenza, nasce come una ‘stanza vuota’, una ‘pagina bianca’, la famosa ‘tabula rasa’ di Locke, esposta nel sua opera Saggio sull’intelletto umano[35]. Criticando le idee dell’innatismo, il filosofo consegna nelle mani dell’uomo il suo destino. Se nasciamo come una tabula rasa, la persona ha la possibilità, attraverso le sue scelte, di formare il suo destino. Ma verso quale destino dirigere le nostre scelte? verso il bene che Locke identifica nel piacere in quello che la curatrice del saggio citato nelle note, definisce come: “un’etica (…) irretita nelle anguste maglie di un relativismo individualistico”[36].

  

Come scrive Locke: “Le cose sono buone o cattive soltanto in rapporto al piacere o dolore. Chiamiamo bene ciò che è atto a produrre o ad aumentare in noi il piacere, ovvero a diminuire il dolore, ovvero ancora a procurarci o conservarci il possesso di un bene o a garantirci l’assenza di un male. Al  contrario, chiamiamo male ciò che è atto a produrre o ad accrescere in noi una pena, o a diminuire un piacere, ovvero a procurarci un male, o a privarci di un bene.”[37]

  

In realtà Locke corresse poi queste sue posizione nella sua opera La ragionevolezza del cristianesimo pubblicata nel 1695 dove concluse che: “la strada più sicura per la vera felicità è quella che conduce alla vita eterna. Scommettiamo sull’esistenza del paradiso, dice Locke, e non possiamo perdere: ‘quando la felicità infinita è posta su un piatto della bilancia, e l’infelicità infinita sull’altro, se la cosa peggiore che può capitare all’Uomo pio in caso di errore è la migliore a cui possa aspirare il cattivo, chi potrebbe senza follia correre il rischio ?”[38] Quindi, “qualunque cosa si potesse dire, Locke aveva legittimato la ricerca della felicità in questa vita, fondandola sulla scienza, l’impulso umano e l’ordine divino”[39]

  

Restava la concezione di una perfetta felicità dopo la morte, ma la felicità terrena acquisiva l’immagine di una progressione naturale dai piaceri di questo mondo ai piaceri dell’altro.

 

Iniziava a delinearsi un concetto rivoluzionario, se consideriamo la storia dell’umanità nei precedenti secoli: il diritto alla felicità.

 

Pensiamo che nella lingua inglese, la parola ‘fun’, divertimento, fu introdotta solo alla fine del secolo XVII come variazione dell’inglese medio fon, che significava ‘buffone’.[40] Il XVIII secolo, vide un esplosione di interessa per la felicità terrena in sè[41]: “lo sviluppo all’interno del cristianesimo di nuovi atteggiamenti verso il piacere e il peccato; la convinzione, maturata faticosamente da Tomaso d’Aquino alla Riforma e oltre, che la felicità terrena poteva essere considerata un segno di grazia; e la nozione, sviluppata da Locke e altri, che godere del mondo – vivere felicemente – significava rispettare le intenzioni di Dio. In quest’ottica, il mondo non era una ‘valle di lacrime’ ma un luogo dove sperimentare la dolce anticipazione di future gioie più grandi”[42]

  

Anche la situazione socio-politica nel mondo andava modificandosi. L’ascesa di stati nazione che davano più stabilità ai loro cittadini, i progressi delle tecniche agricole, l’introduzione di nuovi alimenti dalle Americhe quali il mais, la patata, il pomodoro, segnavano la fine delle grandi epidemie[43] e delle carestie che falcidiavano nei secoli precedenti la popolazione europea. Il tenore di vita del cittadino medio andava modificandosi, e questo aumentava  le sue aspirazioni ad una vita felice poiché: “Solo quando gli individui sono liberi dalla fatica giornaliera di restare vivi possono intraprendere la ricerca di beni più alti. Qualunque sia la definizione che diamo della felicità, è difficilmente compatibile con i regolari periodi di carestia, con le epidemia di peste o con la minaccia degli eserciti invasori. Simili calamità non cessarono nel XVIII secolo, ma in confronto a periodi precedenti quello fu un buon secolo”[44]

  

Il XVIII non rappresentò, ben inteso, il punto d’arrivo della realizzazione in terra della felicità dell’essere umano. La qualità di vita di una gran parte della popolazione continuava ad essere miserabile.  L’ottimismo illuminista aveva però dato la massima fiducia alla possibilità che l’uomo potesse essere felice in questa terra, e non il singolo uomo ma l’intera umanità. Viene coniato il motto illuminista ‘la massima felicità per il massimo numero di persone[45]

 

Era stato quindi gettato il seme che ha permesso all’uomo di considerare la felicità una condizione esistenziale raggiungibile in questa esistenza. Come l’antico mito di Prometeo, raccontato anche nel Protagora[46] di Platone, che rubò il segreto del fuoco agli Dei per donarlo agli uomini, novelli prometei durante i secoli, tolsero la felicità di mano agli Dei e la riconsegnarono agli uomini: la felicità diveniva così una possibilità accessibile perché terrena e a disposizione di tutti perché frutto di un percorso individuale.

  

Anche il romanticismo stesso, di fine ‘700 e inizio ‘800, con il suo volgersi melanconico ai dolori dell’anima per elevarsi al di sopra della superficialità del mondo e raggiungere mete più elevate, contemplava la speranza nella ‘Gioia’. I dolori del giovane Werther[47], scritto da Goethe diviene il manifesto di questo pensiero. L’Europa vide un epidemia di Werthersfieber (febbre di Werther) mietere innumerevoli vittime tra i giovani: il romanticismo amò la sofferenza molto più che la felicità. Esso considerava l’illanguidire nella malinconia molto più ‘nobile’ che ridere nell’allegria. Ma i romantici conservarono una fede incrollabile nella ‘Gioia’. E’ un termine che compare ricorrente nei loro scritti: gioia come promessa da realizzarsi in questo mondo. Gioia che comparirà, come compare il sole dopo un temporale, dopo lo struggersi dei loro cuori affranti: gioia come “contraltare della disperazione e spesso la sua sorella gemella”[48] In ogni caso una gioia terrena, che resta in attesa come ricompensa ai cuori più ‘nobili’.[49]

  

Dall’Illuminismo in poi, fino ai nostri giorni, si sono succedute le diverse correnti di pensiero intrecciate alle diverse epoche e ai diversi eventi storici che non è interessante in questa sede analizzare. L’idea  che ogni uomo ha la possibilità di conquistarsi una sua felicità sulla terra, anche se ciclicamente messa in discussione fino ai giorni nostri, era ormai solidamente entrata nel pensiero dell’uomo del mondo occidentale ed è questo il concetto che ci preme evidenziare.

  

Abbiamo paragonato sopra, la conquista di una piena felicità terrena a disposizione di tutti, al mito del furto del fuoco da parte di Prometeo. Tuttavia Prometeo venne punito da Zeus per il suo furto, e fatto incatenare da Efesto, Dio del fuoco e fabbro degli Dei, alla cima più alta della catena del Caucaso, con un aquila che giornalmente gli divora il fegato, che poi ricresceva durante la notte. 

 

C’è stato un prezzo da pagare anche per l’aver rubato la felicità agli Dei e per averla portata sulla terra. Il ricercare una felicità terrena ha comportato a volte l’eccesso di ricercare una felicità ‘esclusivamente terrena’, con l’accento sul senso materialista del termine; questa ricerca si è caricata di grosse contraddizioni.

 

Qualcuna di esse è stata analizzata da Alexis de Tocqueville[50] (1805 – 1859), nella sua opera La democrazia in America[51]. Il libro è stato scritto dopo il viaggio effettuato negli Stati Uniti d’America nel 1831, per studiare, come magistrato, il loro sistema penitenziario. Il viaggio gli permise di scrivere un’opera che fotografa molto bene la nascente società statunitense, destinata a condizionare tutte le altre società occidentali, e ne fotografa altrettanto bene le nascenti contraddizioni interne: “In certi angoli del Vecchio Mondo, ci si può a volte imbattere in posticini che sembra siano stati dimenticati in mezzo al tumulto generale  e siano rimasti immobili mentre tutto si muoveva attorno a loro. Gli abitanti sono per lo più molto ignoranti e molto poveri; non prendono parte agli affari del governo e spesso il governo li opprime. Ma loro sembrano sereni e spesso hanno una disposizione gioviale. In America ho visto gli uomini più liberi e più colti nelle circostanze più felici che si possono trovare al mondo; ma a me parve che una nube fosse sempre posata sulla loro fronte, e mi sembrarono seri e quasi tristi anche nei loro piaceri. La principale ragione di ciò è che i primi non dedicano neppure un pensiero ai mali che sopportano, mentre gli altri non smettono mai di pensare alle buone cose che non hanno”[52]

 

La frenesia con la quale gli Americani inseguono i loro desideri, colpisce Tocqueville: l’americano medio, corre da una cosa all’altra, percorre migliaia di miglia ogni giorno, si costruisce la casa per trascorrervi una vecchiaia serena per poi venderla prima di essere arrivato al tetto per iniziare il progetto di una nuova casa più bella e più grande. Alla fine però: “arriva la morte (…) e lo ferma prima che si sia stancato di questa futile ricerca di una felicità totale che sempre gli sfugge.”[53]

  

L’irrequietezza del desiderio non era sfuggita a Tocqueville, anche se la stessa costituiva una potente fonte di progresso. Ma dove poteva portare questo sentimento, questo modo di vita, così generalmente diffuso. In un regime democratico, secondo l’autore, il rischio è quello della tirannide della maggioranza, che governa non per il bene e lo sviluppo del singolo ma per l’autoconservazione del suo stesso potere. Scrive Tocqueville: “Sto cercando di immaginare sotto quale nuova forma il dispotismo potrebbe riapparire nel mondo. In primo luogo vedo una moltitudine di uomini, simili e uguali, che girano continuamente alla ricerca dei piccoli e banali piaceri con cui nutrono la propria anima. Ciascuno di loro chiuso in se stesso è quasi indifferente al destino degli altri. Al di sopra di uomini simili c'è un potere immenso, protettivo, unico responsabile della loro gioia e del loro destino. Questo potere è assoluto, attento ai dettagli, ordinato, previdente e gentile. (...) Gli fa piacere vedere che i cittadini si divertono, purché non pensino ad altro che a divertirsi. Lavora volentieri per la loro felicità, ma vuole essere l'unico agente e giudice di essa.”[54]

  

Quelle di Tocqueville restano delle osservazioni estremamente attuali anche dopo i due secoli che sono passati dalla loro espressione. Queste contraddizioni, appena accennate, devono essere necessariamente prese in considerazione per evitare che il processo di realizzazione dell’individuo divenga egoistica autorefenzialità o sterile edonismo. La felicità passa attraverso l’essere e non l’avere. Se non fosse così, l’opulenta società occidentale sarebbe piena di uomini felici. Purtroppo questo non corrisponde alla nostra esperienza.

  

Concetto di felicità nella Psicologia

  

Negli ultimi decenni del 1800 si struttura la psicologia come disciplina accademica. Nel 1879 il tedesco W. Wundt (1832 - 1920) fonda il primo laboratorio di psicologia sperimentale a Lipsia. Erano gli anni in cui F. C. Donders (1818 - 1889) studiava i tempi di reazione, G. T. Fechner (1801  - 1887) gettava la basi della psicofisica come disciplina, H. Ebbinghaus (1850 - 1909) compiva i suoi studi sulla memoria.

 

La psicologia nasce all’inizio sul modello sperimentale e figlia del naturalismo darwinista del 1800 che aveva ricollocato l’uomo alla natura. L’uomo viene considerato soggetto alle leggi naturali, di cui è importante svelarne i meccanismi per poter comprendere il funzionamento dell’essere umano. Se W. Wundt viene considerato il padre della psicologia sperimentale, c’è almeno un secondo padre della psicologia, che ne ha influenzato la linea teorica, l’austriaco Franz Brentano (1838 - 1917) la cui scuola influenzò S. Freud  ma pose anche le basi per la Psicologia della Gestalt e la Psicologia Sociale. La psicologia degli esordi quindi, sia quella sperimentale Wundtiana che quella teorica Brentaniana, si occuparono soprattutto di come funziona il sistema nervoso, delle basi biologiche della psiche, e dei disturbi in ambito neurologico e psicologico.

 

Uno dei primi autori che affrontò l’argomento della felicità in psicologia fu una psicoanalista freudiana, Hélène Deutsch (1884 - 1982), secondo la quale la felicità era la conseguenza di un armonia che investiva l’intera persona. L’autrice, si occupò in particolar modo degli aspetti psicoanalitici dell’identità femminile, soprattutto in riguardo allo sviluppo psicosessuale della donna.[55]

 

Secondo la Deutsch, le varie componenti dell’Io, se sono in sintonia tra di loro, portano ad un’armonia interiore nell’individuo, creando un solido equilibrio che portava felicità alla persona.

 

Chi rovina questo equilibrio interiore sono le insoddisfazioni di fondo che sono però anche il motore dell’agire umano. La perfetta felicità, secondo l’autrice, porterebbe infatti la persona all’inazione: perché cambiare lo stato delle cose quando si è completamente felici?

 

In questa impossibilità ad essere completamente felici, l’autrice concordava con il suo maestro S. Freud, il quale affermava che l’uomo civile ha barattato un po’ della sua possibilità di felicità per la sua sicurezza.

  

Altro autore che deve essere citato è senz’altro Mihaly Csikszentmihalyi[56] (1934 - vivente), uno psicologo di origini croate, e dal nome impronunciabile, che dirige il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Chicago. Uno dei lavori più interessanti di questo autore è un testo pubblicato nel 1990, dal titolo Flow[57]. Csikszentmihalyi descrive lo stato di flow, che in italiano si potrebbe tradurre con il termine “flusso” come uno stato d’animo in cui siamo completamente assorbiti dalla nostra occupazione, tanto da dimenticare il mondo che ci circonda e persino noi stessi. Può succedere mentre siamo occupati in una attività creativa, in una competizione sportiva, nel contemplare una meta raggiunta, in attività intraprese per il solo gusto di compierle.

 

Quindi secondo Csikszentmihalyi, la felicità non è dovuta a cause fortuite ma è soggetta alla volontà dell’individuo. E’ proprio la volontà, intenzionalmente diretta a raggiungere degli scopi e delle mete precise che provocherebbe quello stato d’animo descritto come flow. La felicità è raggiungibile, secondo l’autore, solo attraverso il coraggio di fare delle scelte e di porsi delle sfide, che ci portano a navigare attraverso Scilla (noia) e Cariddi (ansia),  attraverso un flusso di consapevolezza. La felicità non è quindi una condizione stabile ma uno stato fluido (flow) di consapevolezza su dove si è e dove si sta andando.

  

Attualmente, uno dei maggiori studiosi, nel campo della felicità in psicologia è senza dubbio Martin Seligman, fondatore della Psicologia Positiva.

 

Nell’introduzione del suo libro La costruzione della felicità[58], l’autore dichiara il suo rifiuto alla visione classica della psicoanalisi seconda la quale l’uomo sarebbe spinto nella vita, dall’energia creata dalla repressione degli istinti libidici che verrebbero quindi sublimati in altre attività.

 

Secondo l’autore l’evoluzione dell’uomo ha favorito sia tratti negativi che positivi, e che ‘ruoli adattivi’ come la moralità, l’altruismo, la cooperazione la bontà siano altrettanto utili e quindi conservati evolutivamente di altri come l’omicidio, il furto, l’egoismo e la violenza in genere.

 

La psicologia positiva si basa su tre concetti fondamentali:

 

-       lo studio dell’emozione positiva (sicurezza di sé, speranza, fiducia)

 

-       lo studio dei tratti positivi, intesi come potenzialità e virtù (saggezza e conoscenza, coraggio, amore e umanità, giustizia, temperanza, spiritualità e trascendenza) , ma anche abilità come intelligenza o capacità atletiche.

 

-       lo studio delle istituzioni positive, quali democrazia, famiglia, libertà di informazione, che supportano le virtù le quali a loro volta supportano le emozioni positive.

  

L’autore fa un distinguo netto tra piaceri e gratificazioni. I primi sono: “sensazioni gradevoli che hanno chiare componenti sensoriali e forti componenti emotive. I piaceri sono fugaci, effimeri, e richiedono un’attività di pensiero minima o nulla”[59]

  

Le gratificazioni vengono invece descritte come: “attività che fa molto piacere praticare (…), ci impegnano a fondo, ci ‘prendono’ totalmente, facendoci prendere la consapevolezze di noi stessi”[60].

  

I piaceri si ottengono facilmente mentre le gratificazioni sono il frutto di un’ardua conquista. Per spiegare le gratificazioni, Seligman fa riferimento proprio allo stato di flow descritto da Csikszentmihalyi, evidenziando che mentre il piacere segnala il raggiungimento dell’appagamento biologico, la gratificazione segnala il raggiungimento di una crescita psicologica. L’autore evidenzia la crescita psicologica perché le gratificazioni sono il frutto di una attività, coscientemente pianificata e sulla quale si sono investite le proprie risorse. L’individuo è primo attore nella costruzione del proprio benessere proprio mettendo in campo quelle che sono le proprie risorse e sviluppando i propri punti di forza. Inoltre la gratificazione costituirebbero una sorta di ‘capitale psicologico’ positivo, dal quale attingere nel futuro per superare i momenti negativi e per confermarci le nostre qualità e i nostri talenti nel pianificare nuove attività. 

  

Anche Seligman, e qui il suo pensiero coincide con quello di Aristotele, è d’accordo sul fatto che la felicità è una conquista. Presuppone che ci sia una volontà ad andarci incontro. La felicità và dunque  pazientemente costruita, Virtù che và coltivata lungo tutto l’arco dell’esistenza, come ci insegnano i filosofi greci. Scrive S. Natoli: “Da questo punto di vista la felicità è qualcosa di edificabile, è virtù architettonica: così concepita, è meno aleatoria di quanto a prima vista non sembri ed è perciò ipotizzabile che possa dimorare a lungo presso di noi o che comunque non sia così fuggevole.”[61]

  

Le promesse delle religioni

  

Risulta estremamente complesso sintetizzare la posizione delle diverse fedi religiose, in materia di condizione esistenziale dell’uomo e le possibili strade che vengono consigliate al credente, per arrivare ad una condizione di felicità.

 

Innanzitutto si pone un problema di esclusione; impossibile cercare di elencare tutte le professioni religiose praticate oggi  e, anche all’interno delle principali religioni, ci sono delle correnti, delle fedi, delle tradizioni diverse. Si è scelto comunque di affrontare in modo parziale e incompleto il messaggio e le promesse che le principali professioni religiose fanno in materia di felicità.

 

Perché includere anche il punto di vista religioso nel presente lavoro ? per chi ha avuto il dono della fede il problema non si pone: Dio è parte della nostra vita quindi sarebbe incompleta una riflessione sulla felicità umana che non contemplasse anche l’aspetto religioso, il rapporto al sacro nell’Homo religiosus.  Ma anche per chi non ha, o non ha ancora avuto questo dono, prescindere dalla dimensione religiosa ci restituirebbe un uomo amputato. Riprendendo un aforisma attribuito a Voltaire: “Se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo”, è indubbio che esiste nell’essere umano una tensione al trascendente, un bisogno di spiritualità, che tende naturalmente verso la dimensione religiosa.

 

Scrive Jung che l’interpretazione, figlia del pensiero illuminista, secondo la quale la religione non è che un prodotto di una elaborazione cerebrale è fuorviante. Secondo questa visione: “qualcuno si sarebbe inventato un Dio e altri dogmi, e avrebbe gabbato l’umanità con quelle fantasticherie, atte a soddisfare i desideri degli uomini”[62]. 

  

Questa interpretazione, secondo l’autore è fuorviante perché non considera che un’elaborazione cerebrale non sarebbe sufficiente a “creare” i simboli religiosi, che non sono certo un prodotto della testa, ma di un profondo strato psichico, poco rapportabile alla coscienza che sta in superficie. Scrive Jung, a proposito di questi simboli religiosi: “Essi sono tutto fuorché ‘pensati’; sono cresciuti lentamente, come piante, nel corso dei millenni, quali manifestazioni naturali dell’anima dell’umanità”[63].

   

Non riconoscere questa naturalità istintiva nel carattere delle religioni è, secondo l’autore, assimilabile ad un sintomo nevrotico di estraniazione dall’istinto, una “scissione della coscienza da determinati elementi psichici fondamentali”[64]

  

Per quanto riguarda l’approccio del Cristianesimo alla dimensione della felicità umana, ne abbiamo già parlato sopra, iniziamo quindi questo percorso dall’Induismo, la più antica tra le principali confessioni religiose.

 

Quando si parla di Induismo, si deve necessariamente intendere l’universo dell’induismo: non si tratta infatti di una religione monolitica ma di una forma di pensiero, a forte base etnica, che condiziona modo di vita, filosofia, approccio al metafisico e riti e credenze.

 

All’interno dell’induismo, convivono numerose correnti spirituali che si rifanno a differenti divinità: sarebbe però errato considerare l’induismo una religione politeista. L’induismo è più una fede enoteista[65] in cui tutte le divinità del pantheon induista non sono che emanazioni (avatar) dell’unica essenza divina chiamata Brahman. L’induismo moderno si rifà ad una trimurti divina composta da Brahma[66] il creatore di questo universo, Vishnu, il conservatore e Shiva il distrutture.

 

La trimurti che si potrebbe paragonare per analogia al concetto della trinità cristiana (Padre, Figlio e Spirito Santo) una e trina, come tutto il creato, è espressione del Brahaman, che è anche in ogni essere umano. Ogni essere umano ha quindi una natura divina e scopo della vita è di raggiungere questa essenza divina, per ricongiungersi con la divinità da cui tutto ha origine, e interrompere così il ciclo delle morti e rinascite (Samsāra). L’induismo non è quindi una religione salvifica in quanto non esiste il concetto di condanna al peccato. Al massimo la persona continua a  restare nell’ignoranza,  chiusa nel ciclo delle morti e rinascite, condizionata, nelle prossime vite,  dalle azioni che la stessa ha compiuto nella sua vita. 

 

Le caratteristiche comuni alle diverse correnti dell’induismo, posso essere riassunte in:

 

-       Il riferimento ai testi sacri dei Veda, considerati i testi sacri più antichi del mondo (datati dal 5000 a.C. al 1500 a.C.)

 

-       La fede nella dottrina del Dharma, la Legge Cosmica, che condiziona il modo in cui le cose sono

 

-       La credenza nella reincarnazione, Samsāra, il ciclo delle morti e rinascite.

 

-       L’accettazione della legge del Karma dove ogni azione che una persone compie nella vita ha degli effetti sul Dharma e quindi delle conseguenze sul ciclo delle morti e rinascite. Le azioni dell’individuo restano impresse sulla sua anima (Ātman) e condizionano la scelta della vita futura.

  

La condizione dell’uomo su questa terra è per l’induismo imprescindibile dalla sofferenza. La morte, il dolore, la vecchiaia, la sofferenza appartengono a questa vita, in quanto caratteristiche dell’essere uomo. Come liberarsi da questa dimensione di dolore? Interrompendo il ciclo  delle morti e delle rinascite. Liberando l’anima che è così libera di riunirsi al divino e tornare all’originale condizione. La Moksha, la liberazione delle anime, passa attraverso dei personali  percorsi spirituali che possono essere elencati come:

 

-       Karma (inteso come azione personale) : è un concetto che viene bene espresso in uno dei maggiori libri sacri dell’induismo, la Bhagavad-gita, un racconto appartenente all’epopea post-vedica del Mahâbhârata, dove si racconta della guerra tra il clan dei Pāndava  e quello dei loro cugini Kaurava, usurpatori del trono di Hastināpura. Il racconto inizia in un campo di battaglia. Il principe Arjuna, arciere dei Pāndava, è pronto a lanciare il suo cocchio in battaglia. E’ preda però dei dubbi su quello che sta per fare: scendere in battaglia vuole dire combattere e forse uccidere i suoi cugini, i suoi parenti, gli amici. Non scendere in battaglia vorrebbe dire venire meno al suo dovere di casta. E’ allora il suo cocchiere, che in realtà è il Dio Krishna (avatar del Dio Vishnu) ad istruirlo sul significato della via del Karma: tutti noi nasciamo con un destino, un compito che ci viene assegnato in base ai debiti karmici della nostra anima. Quello che ci è chiesto è di compiere bene il nostro dovere. Ma non è sufficiente compiere il dovere, lo dobbiamo compiere con distacco, senza aspettarci nulla in cambio e non dobbiamo accumulare karma positivo, che ci farebbe comunque rinascere come essere superiori o addirittura come esseri divini (Deva) in qualche mondo celeste, per poi, una volta esaurito il karma positivo accumulato, ritornare ad incarnarci in qualche vita terrestre. Per spezzare il ciclo del karma, dobbiamo fare bene ciò che ci compete fare, senza attaccarci a quello che facciamo, agire al nostro meglio, senza attaccarci ai risultati della nostra azione, considerarci meri strumenti della divinità, che attraverso di noi compie la sua volontà.

 

-       Bhakti (devozione) : il concetto della bhakti si potrebbe riassumere nel precetto del Dio Krishna: ” qualunque cosa tu faccia, qualunque cosa tu mangi, sacrifichi od offri in carità, come pure le austerità che compi, offrila a Me”[67]

 

E’ la via della devozione e dell’amore verso la divinità. Il bhakta, il devoto è completamente assorbito nella contemplazione dei divino, in ogni sua azione. Qualsiasi gesto, azione, cibo, preghiera, emozione, è dedicata al Di, ed è questa devozione che alla fine verrà premiata con l’estinguersi del ciclo karmico delle rinascite. La Bhakti è la via del fervore devoto, la via di chi dedica ogni secondo della sua esistenza al divino.

 

Si potrebbe azzardare un paragone con la tradizione cristiana, in una pratica devozionale raccontata nel libro La via di un pellegrino[68]. In questo racconto di un anonimo russo, si descrive l’esperienza di un pellegrinaggio tra i monasteri ortodossi della Russia verso Gerusalemme, in cui il protagonista è perennemente assorto in un mantra che recita: ‘Signore Gesù Cristo’ (ad ogni inspirazione), ‘abbi pietà di me’ (ad ogni espirazione). Centinaia, migliaia, milioni di respiri dedicati a Dio, la mente costantemente rivolta a Lui. Dio che abita ogni istante della vita del fedele trasfigurando in ‘religiosa’ la sua intera esistenza. Un tenere costantemente la mente rivolta a Dio, in ogni cosa che si fa, dedicando a lui ogni nostra azione: questa è la via di chi sceglie nell’Induismo la Bhakti.

 

-       Jñāna (Illuminazione, Conoscenza) : è la via di chi intraprende il cammino della conoscenza. Conoscenza della natura divina che è in noi e conoscenza dell’illusorietà del mondo. E’ un cammino personale in cui, chi lo intraprende, spesso lascia tutto quello che ha, famiglia, casa, lavoro, per ritirarsi a meditare sulla sua condizione, in un eremo o una foresta. La ricerca di un luogo isolato per poter contattare la scintilla divina e raggiungere quello stato di consapevolezza capace di liberare l’anima dalla prigione del Samsāra. E’ la via dell’eremita, il distacco dal mondo, la ricerca del silenzio interiore per poter sentire la voce di Dio.

  

A prescindere quindi dal sentiero che viene scelto, si potrebbe già dire che per l’Indù, l’esperienza religiosa è un’esperienza del fare. La domanda non è: “a cosa devo credere per raggiungere Dio ?”, ma: “cosa devo fare per raggiungere Dio ?”.

  

Figlio dell’induismo è il buddhismo, visto che il suo fondatore, il principe Siddhārtha Gautama (563 – 483 a.C.) apparteneva alla tradizione induista, di cui il buddismo è figlio.

 

Il principe Siddhārtha passò la prima parte della sua vita tra gli agi e i fasti della corte del padre, il re Suddhodana, finchè, poco prima dei trent’anni, fece l’esperienza che mutò la sua vita. La tradizione vuole che il futuro Buddha (colui che è risvegliato), restasse sconvolto dalla visione di un vecchio, di un malato e di un cadavere destinato alla cremazione.[69] Questa esperienza lo fece riflettere sulla condizione dell’uomo e pose le basi su quella che è la verità di base del buddismo: la vita è sofferenza. Malattia, vecchiaia e morte segnano il percorso di vita dell’essere umano, siamo destinati a perdere le cose a cui ci leghiamo, in quanto tutto è corruttibile dal tempo, le esperienze, le persone che ci sono care, tutto è destinato un giorno a svanire.

 

Quella notte stessa, il principe  Siddhārtha, abbandonò il palazzo del padre per passare i successivi sei anni, con i sadhu, i santoni della foresta. Da questi apprese le loro pratiche ascetiche, il digiuno, lo yoga, la meditazione. Arrivò stremato da tutte queste privazione e una notte, meditando sotto un albero di fico, raggiunse l’illuminazione, il risveglio. Ebbe la visione della ‘via di mezzo’, la giusta tensione, come le corde di una cetra, che per suonare armoniose devono essere giustamente tese, né troppo, né troppo poco: per raggiungere l’illuminazione ed affrancarci dal ciclo delle morti e rinascite, non serve stremare il corpo con estenuanti pratiche ascetiche, ma dobbiamo prendere coscienza delle ‘Quattro Nobili Verità’ sulla condizione esistenziale dell’uomo, e dell’ottuplice sentiero per affrontarla.

 

Le quattro nobili verità del buddhismo sono che:

 

-       tutto è dolore nella vita, tutto è corruttibile, tutto ha un termine. Nasciamo per invecchiare, per ammalarci, per morire. Le cose e le persone care sono destinate ad andarsene, a corrompersi, e sparire. La vita non si può separare dal dolore che le è connaturato. L’impermanenza della situazione esistenziale causa dolore in quanto tutto è destinato a finire. L’essere umano vive immerso nella frustrazione dei desideri, sempre teso a desiderare ciò che non ha, o soggetto a perdere ciò che ha. Il ciclo delle morti e rinascite, il Samsāra, non fa altro che ricreare questa situazione, gettando l’uomo nel dolore della vita.

 

-       il dolore ha una causa, un’origine dipendente, identificata nell’attaccamento alle cose, nel desiderio, che ci provoca uno stato costante di tensione per ciò che ancora non possediamo, o ciò che ancora non siamo. E’ la brama verso ciò che è destinato ad essere corrotto dal tempo, che crea la tensione dolorosa dell’esistenza.

 

-       il dolore ha un termine, con la cessazione del desiderio, il distacco dalle cose del mondo, che porta alla cessazione del ciclo delle morti e rinascite. Il raggiungimento dell’illuminazione, della condizione di Buddha per accedere al Nirvāna, la condizione di estinzione dei desideri mondani, in cui l’anima raggiunge la liberazione, la Moksha, e l’io si ricongiunge al  Brahman, all’essenza divina. 

 

-       Esiste un cammino che conduce al Nirvāna ed è quello del ‘Nobile Ottuplice Sentiero’. Otto tappe che ci portano ad estinguere la sete del desiderio, a sconfiggere l’illusione del mondo che il demone Maya, come un velo, ci ha steso davanti agli occhi,  e a raggiungere l’illuminazione: retta comprensione, retto decidere, retto parlare, retto agire, retto modo di sostentarsi, retto sforzo, retta concentrazione, retta meditazione.

  

Il messaggio del buddismo potrebbe essere riassunto quindi come un invito a staccarsi dai richiami del mondo, dal desiderio e dalla brama di avere/essere,  per poter emanciparsi dal dolore connaturato con la condizione esistenziale dell’essere umano.

  

Nell’epoca in cui il principe Siddhārtha, si risvegliava nella condizione di Buddha in India, una figura leggendaria, creava le basi per lo sviluppo del Taoismo in Cina. L’esistenza storica di Lao-Tze è molto discussa e, chi ne riconosce l’esistenza storica, la colloca tra il VI e il IV secolo a.C.  A lui viene attribuito uno dei testi principali del taoismo, il Tao-Te-Ching, in cui, con un linguaggio esoterico, vengono gettate le basi del concetto di Tao e della successiva filosofia/religione taoista.

 

Ma cos’è il Tao? E’ l’origine di tutte le cose, è il creatore primigenio, è il tutto e il nulla. Il Tao sfugge ad ogni definizione perché ogni definizione lo delimita e il Tao è illimitato, il Tao non può essere nominato perché ogni nome lo circoscrive e il Tao è il tutto. Scrive Lao-Tze:

  

“Il Tao che può essere detto non è l'eterno Tao,
il nome che può essere nominato non è l'eterno nome.
Senza nome è il principio del Cielo e della Terra,
quando ha nome è la madre delle diecimila creature.
Perciò chi non ha mai desideri ne contempla l'arcano,
chi sempre desidera ne contempla il termine.
Quei due hanno la stessa estrazione anche se diverso nome
ed insieme sono detti mistero, mistero del mistero,
porta di tutti gli arcani.”
[70]

  

Secondo la concezione Taoista, noi tutti siamo immersi nel Tao. Tutto è stato creato in un incessante mutevole equilibrio. Ogni cosa si trasforma nel suo contrario che non è che la faccia di se stesso. Il simbolo del Tao rappresenta questo incessante mutare della cose nel loro contrario, ogni cosa contiene il suo opposto perché la divisione degli opposti è solo un’illusione della mente dell’uomo. In realtà l’equilibrio del mondo poggia sul fluire delle cose, che mostrano diversi aspetti pur conservando sempre la stessa natura. Ma quale è allora la condizione dell’uomo in questo fluire delle cose? Secondo il Taoismo, l’essere umano si dovrebbe affidare a questa armonia universale, l’uomo non è che una parte del tutto, immerso in un equilibrio di cui egli stesso fa parte. Uno dei principi base del Taoismo è il wu-wei, la legge dell’agire senza agire. Scrive Lao-tze: “colui che sa, non osi agire”[71] perché: “Il mondo è un vaso sovrannaturale che non si può governare: chi governa lo corrompe, chi dirige lo svia. Perciò il Santo non fa niente, e così non rovina niente; egli non trattiene niente, e così non perde niente”[72].

 

            Esiste un equilibrio in tutte le cose e la cosa più saggia che può fare l’uomo è affidarsi a questo equilibrio con compassione, semplicità e pazienza, le tre qualità chiamate “i tre gioielli del Tao”. Poiché noi siamo parte del tutto, il rispetto verso la natura è un atteggiamento profondamente connaturato nell’animo del taoista, perché se il Tao è in tutto, anche la natura è divinità manifestata.

 

Farsi vuoti per poter essere riempiti, come una tazza, la cui funzione è il vuoto pronto a ricevere e non la ceramica che la compone.

 

Dal punto di vista della psicologia analitica Junghiana, il parallelo è sull’accettazione degli opposti per poterli integrare alla coscienza. Una accettazione di amore compassionevole verso i lati ombra della nostra psiche, solo atteggiamento capace di accogliere in sé la parte oscura, di celebrare il mysterium coniunctionis, la congiunzione degli opposti che secondo Jung porta l’essere umano ad individuarsi.

  

La più antica religione monoteista documentata, è la religione ebraica, sviluppatasi attorno al 1.000 a.C., essa si basa sui libri sacri della Torah. Per la religione ebraica esiste un solo Dio, da sempre esistente, che ha stretto una alleanza con il suo popolo prediletto, il popolo ebreo. Il nome impronunciabile del Dio ebraico è Jhwh.

 

Egli è il creatore del mondo e ha fatto l’uomo libero di scegliere il male o il bene; Egli è sempre stato accanto al suo popolo, istruendolo, ammonendolo, premiandolo o castigandolo, come un padre farebbe con i suoi figli. In ogni caso lasciando ai suoi figli la possibilità di peccare o di saldare la sacra alleanza fatta con Lui, attraverso il rispetto dei precetti contenuti nella Torah. E’ infatti questo aspetto che influenza profondamente la vita di ogni credente.

 

I precetti della Torah sono la parola di Jhwh che ha indicato all’uomo la via da seguire per giungere alla vita eterna. Jhwh ha però lasciato il libero arbitrio all’uomo, che così può essere artefice del suo destino. A differenza della concezione del mondo nelle religioni orientali, in cui il tempo e i suoi eventi sono ciclici, all’interno di un divenire che poi torna a se stesso, nella concezione ebraica il tempo è lineare. Esiste un inizio, in cui il mondo è stato creato ed esiterà una fine in cui ciascuno di noi verrà giudicato per le sue azioni. Jhwh ha creato il mondo e il tempo per dare all’uomo la possibilità di provare la sua fedeltà alla sua alleanza.

 

Già da queste semplificazioni, possiamo ricavare quali sono i precetti che la religione ebraica consiglia ai suoi fedeli per accedere ad una vita piena e felice: affidati a Jhwh, segui i Suoi precetti, accetta la Sua imperscrutabile volontà. Illuminante a tale proposito è Il libro di Giobbe, contenuto nell’Antico Testamento. In questo racconto Jhwh permette a Satana di mettere alla prova la fede di Giobbe, uomo pio e devoto, a cui la vita aveva riservato una buona famiglia, abbondanti proprietà e buona salute. Satana toglie a Giobbe tutto ciò che ha, facendogli perdere tutti gli averi, facendo perire i suoi figli,  indebolendo e piagando il suo corpo con ogni sorta di malattia.

 

L’epilogo è la scena struggente di Giobbe, cosparso di piaghe che sopra a un letamaio, disperato chiede a Dio il perché di tutto ciò. Perchè gli uomini giusti devono soffrire?  Il libro di Giobbe è la disperazione dell’uomo che diventa poesia lirica. Perché, perché, perché?  le domande di Giobbe si fanno incalzanti, incuranti delle spiegazioni teologiche dei suoi amici, accorsi per consolarlo, e trasformatisi nei suoi accusatori: se ti sono capitate tutte queste disgrazie, sicuramente avrai commesso qualche colpa. Ma Giobbe non si arrende, lui sa di essere un uomo giusto, e incalza Jhwh affinché si manifesti, affinché giustifichi il male che lo ha colpito. E Jhwh si manifesta, ‘in mezzo al turbine’ e gli rivolge direttamente la parola: “Chi è mai costui che oscura il progetto divino con ragionamenti insensati? (…) .Quando gettavo le fondamento della Terra, tu dov’eri ? Dimmelo, se sei così intelligente!”[73]

  

Dio non giustifica le sue azioni con Giobbe ma gli comunica l’imperscrutabilità del suo volere. I disegni di Dio sono sconosciuti all’uomo che può solo affidarsi al suo volere, restando saldo nella sua fede. Scrive Ravasi, nel testo citato a piè di pagina: “La tempesta di contro domande retoriche che Dio scaglia sull’uomo non ha il solo scopo negativo di far risaltare il limite della comprensione umana, ma di mostrarle che può esistere una logica suprema, una ‘esah (progetto), che organizza tutto il reale e la storia in un disegno efficace, che può armonizzare in esso anche ciò che per l’uomo e la sua ‘esah-progetto rimane scandalosamente disarmonico”[74]

  

Giobbe rimane ammutolito di fronte al mistero di Jhwh: “sono ormai annientato: che cosa posso rispondere ? Mi chiudo la bocca con la mano”[75] e conclude dicendo: “Ho affrontato da insensato misteri che superano la mia comprensione (…) Io ti conoscevo solo per sentito dire: ora i miei occhi t’anno veduto. Per questo io ritratto e mi pento sopra la polvere e la cenere”[76]

  

E’ questo atto di sottomissione alla volontà misteriosa di Jhwh che fa di Giobbe un suo “servo prediletto”.E alla fine Giobbe vedrà restituito, raddoppiato, tutto ciò che aveva perso.

   

            La più recente tra le grandi religioni del pianeta, è l’Islam.[77] L’Islam si diffuse a partire dalla penisola araba, nel VI secolo d.C. per opera del profeta Maometto  (570 – 632 d.C.) che ricevette, direttamente dall’arcangelo Gabriele, la dettatura del Corano, il testo sacro dell’Islam.

 

L’Islam è una religione monoteista che base le sue origini sulle tradizioni dell’ebraismo, del cristianesimo e in culti preesistenti  praticati nella penisola arabica. Secondo il credo dell’Islam, Maometto è l’ultimo dei profeti che, da Mosè in poi,  Dio ha mandato nella terra (egli viene anche chiamato ‘il sigillo dei profeti’) e dopo di lui non ne verranno altri sino alla fine del mondo. 

 

L’Islam non disconosce quindi i sacri testi dell’Ebraismo o del Cristianesimo, però denuncia che i messaggi originari dei profeti (anche Gesù Cristo è considerato uno di loro) sono stati corrotti dagli uomini. Maometto è venuto per riportare il messaggio all’iniziale purezza e per predicare la corretta fede. Per capire bene il rapporto tra il credente e Allāh, come viene chiamato Dio nell’Islam, possiamo partire da come è concepita la religione nel mondo arabo. Religione è fatto risalire al latino religàre, cioè ‘legare’, ‘vincolare’, e sottolinea il legame che unisce l’uomo a Dio nella professione di fede. Il termine arabo che definisce la religione è invece al-dīn fatto derivare da al-dayan, con il significato di ‘debito’[78]. Al-dīn è quindi l’estinzione del nostro debito con Dio, che coinvolge la nostra intera esistenza.

 

Per l’Islam non esiste inoltre la divisione tra secolare e profano. La religione coinvolge qualsiasi momento della vita di una persona tanto è che è inconcepibile pensarne una separazione: noi non siamo nulla e Dio è tutto, tutto ciò che siamo, abbiamo, facciamo, deriva da Lui.

 

La questione del libero arbitrio dell’uomo non viene presa in considerazione nell’Islam poiché Allāh è il creatore di tutto e quindi qualsiasi cosa l’uomo faccia viene da Allāh. Blasfemo pensare che l’uomo possa fare qualcosa senza che Allāh lo abbia disposto e qualsiasi aspetto della vita di un credente è regolato dalla religione: il trattamento del proprio corpo, le pratiche sessuali, il rapporto tra i sessi, i rapporti con i genitori, con i figli, con i vicini, l’alimentazione, l’abbigliamento, l’eredità, il matrimonio, quanto e come pregare, riti religiosi e riti civili, in generale condotta in pubblico e condotta in privato del credente. Ma allora cosa rimane al credente?

 

Affidarsi completamente al volere di Allāh, tendere a Lui in una fusione mistica che sola può riempire di senso la vita.

 

E’ questo ultimo atteggiamento ad essere trasversale a tutte le religioni. Posso realizzare la mia felicità solo affidandomi completamente a Dio. La felicità potrà essere realizzata in questo mondo, o nell’Aldilà, o dissolvendo il ciclo delle morti e rinascite. In ogni caso, solo il contatto con il divino può dispensare questo nettare.

 

 

 

 

 



[1] S. Natoli (1942 – vivente)  è un accademico e filosofo italiano. Attualmente è professore di Filosofia teoretica presso la Facoltà di Scienze della Formazione all’Università Bicocca di Milano.

[2] S. NATOLI, La felicità di questa vita, Milano. Mondadori, 2001. 89

[3] W. JAMES, The Varieties of Religious Experience, New York. Modern Library, 1994. 78. Tr. It. Le varie forme dell’esperienza religiosa, Brescia. Morcelliana, 1998

[4] U. GALIMBERTI, Dizionario di Psicologia, Bergamo. Gruppo Ed. l’Espresso, 2006. 152

[5] M. Seligman insegna attualmente Psicologia al Dipartimento di Psicologia dell’Università di Pennsylvania negli USA. E’ stato anche presidente dell' American Psychological Association (APA) Division of Clinical Psychology Viene considerato il fondatore della corrente della psicologia conosciuta come Psicologia positiva.

[6] M. E. P. SELIGMAN, La costruzione della felicità, Milano. Fabbri Editore, 2007. Intr. pag. XI

[7] Ibidem. 145

[8] Sigmund FREUD, Il disagio della civiltà in Opere Vol. X, Torino. Boringhieri, 1978. 602

[9] D. M. McMahon insegna Storia alla Florida State University di Tallahassee-Florida negli USA. Ha pubblicato dei saggi sull’illuminismo quali Enemies of the Enlightenment: The French Counter-Enlightenment and the Making of Modernity (Oxford University Press, 2001) e Les Lumières européennes dans leurs relations avec les autres grandes cultures et religions du XVIIIe siècle (Honoré Champion, 2002) scritto assieme Florence Lotterie. Nel 2006 ha pubblicato Happiness: A History (Atlantic Monthly Books, 2006) tradotto attualmente in 9 lingue tra cui l’italiano nel 2007,  dall’Editrice Garzanti con il testo riportato alla nota sucessiva

[10] Darrin M. McMAHON, Storia della felicità, Milano. Garzanti, 2007. 33

[11] Per un maggior approfondimento sui primi filosofi greci, si veda:

E. SEVERINO, La filosofia dai Greci al nostro tempo – Vol I, Milano. BUR, 2004

[12] Darrin M. McMAHON, Storia della felicità, Milano. Garzanti, 2007. 63

[13] EPICURO – SENECA (a cura di A. Cerinotti, G. Giolo), Scritti sulla felicità, Firenze. Giunti, 2007. 20

[14] Ibidem. 21

[15] EPICURO – SENECA (a cura di A. Cerinotti, G. Giolo), Scritti sulla felicità, Firenze. Giunti, 2007. 29

[16] Ibidem. 34

[17] Ibidem. 42

[18] Ibidem. 42

[19] Ibidem. 46

[20] ORAZIO Q. FLACCO (a cura di M. Ramous) , Epistole, Milano. Garzanti, 2006. 193

[21] ‘Felicità’ deriva dalla radice indoeuropea fe, da cui il latino felix, che, al pari di ferax, si attribuisce alla terra quando è ricca di messi, generosa di frutti. (S. NATOLI, La felicità di questa vita, Milano. Mondadori, 2001. 89)

[22] O. Q. FLACCO (a cura di L. Canali), Odi – Epodi,  Milano. Mondadori, 2004. 227

[23] EPICURO – SENECA (a cura di A. Cerinotti, G. Giolo), Scritti sulla felicità, Firenze. Giunti, 2007.69, 70

[24] Sant’AGOSTINO (a cura di D. Gentili) , La città di Dio, Roma. Città Nuova Editrice, 2002. 225

[25] Ibidem. 232

[26] D. M. McMAHON, Storia della felicità, Milano. Garzanti, 2007. 119

[27] Cfr. San TOMASO d’AQUINO (a cura di T. S. Centi), La somma contro i gentili, Bologna. Edizioni Studio Domenicano, 2001

[28] D. M. McMAHON, Storia della felicità, Milano. Garzanti, 2007. 155

[29] D. M. McMAHON, Storia della felicità, Milano. Garzanti, 2007. 167

[30] G. P. DELLA MIRANDOLA (a cura di F. Bausi), Discorso sulla dignità dell’uomo, Milano. Guanda, 2007. 42

[31] D. M. McMAHON, Storia della felicità, Milano. Garzanti, 2007. 172

[32] Ibidem. 187

[33] T. MORO (a cura di F. Cuomo), Utopia, Milano. Newton Compton, 2008. 215

[34] D. M. McMAHON, Storia della felicità, Milano. Garzanti, 2007. 179

[35] J. LOCKE (a cura di C. Motzo Dentice di Accadia), Saggio sull’intelletto umano, Milano. Fabbri Editori, 1998

[36] J. LOCKE (a cura di C. Motzo Dentice di Accadia), Saggio sull’intelletto umano, Milano. Fabbri Editori, 1998. 13

[37] Ibidem. 88, 89

[38] D. M. McMAHON, Storia della felicità, Milano. Garzanti, 2007. 208

[39] Ibidem. 212

[40] Ibidem. 226

[41] Ibidem. 229

[42] D. M. McMAHON, Storia della felicità, Milano. Garzanti, 2007. 230

[43] L’ultima epidemia importante di peste dell’Europa Occidentale, si ebbe a Marsiglia nel 1720.

[44] D. M. McMAHON, Storia della felicità, Milano. Garzanti, 2007. 232

[45] Ibidem. 240

[46] Cfr. PLATONE (a cura di F. Adorno), Protagora, Roma. Laterza, 2007.

[47] J. W. GOETHE (a cura di F. Mussgnug), I dolori del giovane Werther, Firenze. Giunti, 2005

[48] D. M. McMAHON, Storia della felicità, Milano. Garzanti, 2007. 319

[49] Cfr. D. M. McMAHON, Storia della felicità, Milano. Garzanti, 2007. 305 e segg.

[50] A. DE TOCQUEVILLE fu un uomo politico oltre che filosofo e storico francese. E’ considerato per le sue opere, uno dei padri della sociologia. Fu un attento osservatore della situazione sociale dei suoi tempi, comprese le contraddizioni insite in essa, e un lungimirante  precursore di quelli che sarebbero stati alcuni sviluppi futuri della società.

[51]   A. de TOCQUEVILLE (a cura di G. Candeloro), La democrazia in America, Milano. BUR, 1999

[52] A. de TOCQUEVILLE (a cura di J.P. Mayer), Democracy in America, 2 Vol, New York. HarperPerennial, 1988. 535, 536. ed. it. (a cura di G. Candeloro), La democrazia in America, Milano. BUR, 1999

[53] Ibidem. 536, 537

[54] A. de TOCQUEVILLE (a cura di J.P. Mayer), Democracy in America, 2 Vol, New York. HarperPerennial, 1988. 691, 692. ed. it. (a cura di G. Candeloro), La democrazia in America, Milano. BUR, 1999

 

[55] H. DEUTSCH,  Psicologia della donna, Torino. Bollati Boringheri, 2003

[56] M. Csikszentmihalyi (1934 – vivente) vive e lavora negli USA. E’ professore di Psicologia al Claremont Graduate University a Claremont in California, responsabile del Dipartmento di Psicologia dellUniversity of Chicago e del Dipartimento di Sociologia e Antropologia del Lake Forest College in Illinois. I suoi studi si sono concentrati sui fattori che rendono felice l’essere umano, che lo rendono soddisfatto di sé e della propria vita. E’ conosciuto per la teoria del flow citata sopra che è applicata a vari campi, oltre la psicologia, quali lo sport o la politica.

[57] M.CSIKSZENTMIHALYI , Flow: The Psychology of Optimal Experience, New York. Harper Perennial Modern Classics, 2008

[58] M. E. P. SELIGMAN, La costruzione della felicità, Milano. Fabbri Editore, 2007

[59] Ibidem. 127

[60] Ibidem. 127

[61] S. NATOLI, La felicità di questa vita, Milano. Mondadori, 2001. 104

[62] C.G. JUNG, Anima e morte – Sul rinascere, Torino. Boringheri, 2006. 26

[63] Ibidem. 26

[64] Ibidem. 28

[65] Enoteismo deriva dal greco hén, ‘uno’ e theós ‘dio’. E’ un atteggiamento religioso che concepisce tutte le divinità come emanazione di un unico Dio, come una sua manifestazione sotto aspetti diversi.

[66] Il dio Brahma, creatore di questo universo non è da confondersi con il concetto di Brahman, creatore di tutti gli universi possibili e di cui il primo è uno dei tanti aspetti.

[67] Bhagavad-Gita, New Dehli. The Bhaktivedanta Book Trust International, 1998. 409

[68] Anonimo russo (a cura di A. Pescetto), La via di un pellegrino, Milano. Fabbri Editori, 1997

[69] AŚVAGHOŞA (a cura di A. Passi), Le gesta del Buddha, Milano. Fabbri Editori, 1997. 34-43

[70] DUYVENDAK J.J.L. (a cura di), Tao-Tê-Ching, Milano. Fabbri Editore, 1997. 21

[71] Ibidem. 27

[72] Ibidem. 77

[73]G. RAVASI (a cura di),  Il libro di Giobbe, Milano. Fabbri Editori, 1997. 195

[74] Ibidem. 200

[75] Ibidem. 203

[76] Ibidem. 210

[77] Per un approfondimento sulla storia dell’Islam, si veda:

     T. FAHD, A. BAUSANI (a cura di H.C: Puech), Storia dell’islamismo, Roma.Laterza, 1986

[78] A. SHARMA, Religioni a confronto, Vicenza. Neri Pozza, 1996. 593