Lo studio delle origini della nostra specie e una disciplina affascinante per il suo oggetto di studio e avvincente per la dinamicità con cui si susseguono nuove scoperte, nuove tecnologie e quindi nuove teorie sul percorso evolutivo che ha portato alla comparsa di Homo sapiens circa 200/300.000 anni fa (anche su queste date si sta dibattendo in base a reperti archeologici scoperti a Jebel Irhoud in Marocco nel 2017).

In effetti siamo una specie giovane se paragonata ai circa 6 milioni di anni che separano il nostro percorso evolutivo da quello degli scimpanzé (i primati più prossimi a noi con cui condividiamo il 98,4% di patrimonio genetico) o al circa 1 milione di anni in cui hanno vissuto sulla terra altri ominini a noi collegati quali Homo habilis oppure Homo erectus. Eppure di questi 200/300.000 anni della nostra storia sappiamo desolatamente poco. La storia si concentra sugli ultimi 5.000 anni della nostra esperienza, corrispondenti a circa il 2% del nostro cammino. Il restante 98% sfuma nella nebbia dell'ignoranza (nel senso che ignoriamo la maggior parte delle cose) via via che ci si addentra in tempi sempre più antichi.

Sappiamo che l'Homo sapiens si è diffuso in Europa circa 50.000 anni fa convivendo per migliaia di anni con un altra specie di ominine l'Homo neanderthalensis, e dei nostri primi progenitori sono rimaste testimonianze straordinarie come i dipinti parietali della grotta di Chauvet in Francia (circa 36.000 anni fa) o le favolose statuette incise in avorio, trovate in Germania, come il cavallo di Vogelherd (circa 35.000 anni fa) o l'uomo leone di Hohlenstein (circa 40.000 anni fa). Ma cosa sappiamo esattamente dello loro cultura ? quali erano i loro rapporti familiari, le loro credenze, le loro ritualità ? come concepivano il mondo in cui vivevano ? quali erano i loro miti con cui spiegavano ciò che li circondava ?

Di tutto ciò sappiamo purtroppo poco innanzitutto perché la cultura non lascia tracce archeologiche e poi perché le teorie che si possono avanzare in base ai reperti che emergono sono di difficile dimostrabilità secondo il paradigma scientifico.

Probabilmente l'approccio più promettente per lo studio delle culture preistoriche è quello dell'antropologia simbolica, che tiene conto che l'essere umano è prima di tutto animal symbolicum come definito dal filosofo tedesco Ernst Cassirer, "un animale impigliato nelle rete di significati che esso stesso ha intessuto" citando una felice definizione del sociologo tedesco Max Weber. Se si considera che il funzionamento simbolico del nostro cervello moderno può essere paragonato a quello dei nostri progenitori di 30/40.000 anni fa, possiamo usare l'approccio ermeneutico dell'antropologia simbolica assieme alla teoria degli archetipi di C. G. Jung per tentare una decodificazione dei grandi temi mitico-simbolici dei nostri progenitori, basata sugli indizi dell'arte parietale e mobiliare che ci sono rimasti.

Ne ho fatto qui un veloce cenno perché questo tema sarà oggetto di un approfondimento più puntuale e preciso.

Concludo questa breve riflessione sulla paleoantropologia per ricordare che la teoria evolutiva oggi più accreditata ha abbandonato l'immagine di una evoluzione lineare, con il passaggio da una forma di ominine ad un altra, per abbracciare un concetto evolutivo "a cespuglio" dove i processi evolutivi si sono espressi in differenti modalità specifiche, anche contemporanea, per poi premiare la specie capace di sopravvivere ed adattarsi meglio e più efficacemente delle altre.