La mia infanzia è piena di immagini nella natura. Ore passate nei caldi pomeriggi estivi ad osservare il via vai di un formicaio, i ditischi che nuotavano veloci nell’acqua dei fossi, i colori delle ali delle farfalle, le cortecce ruvide degli alberi che scalavo, il profumo della terra o quello fungino del bosco, il caldo frinire delle cicale o gli striduli garriti delle rondini.
Un mondo che non ho mai smesso di cercare; ancora oggi frequentemente sento il bisogno di saturare i sensi di Natura e in una delle mie ultime passeggiate, in un bosco resinoso delle mie montagne, ancora spruzzato di neve, mi sono imbattuto nei resti predati di un giovane capriolo. Una scena vecchia di mesi a giudicare dallo stato del cranio, ultimo monumento di una vita che correva nervosa ed elegante in questi boschi.
Mi sono ritrovato seduto nel muschio di una roccia a pensare alle mie emozioni e a quello che provavo: l’empatia per la vita del capriolo, il dispiacere per la sua morte, i pensieri sull’equilibrio di prede e predatori, le immagini dei lupi che probabilmente si erano sfamati con questo corpo.
E alla fine mi sono ritrovato a pensare che la natura queste riflessioni non le fa, semplicemente è; che sono io come essere umano, con tutte le mie riflessioni, i miei pensieri a collocarmi al di fuori di questo abbraccio che tutto contiene, senza alcun giudizio.
Mi sono ritrovato a pensare che il destino tragico dell’evoluzione della nostra specie è stato quello di portarci fuori da questa “partecipation mistique” con la natura. E tutti questi pensieri, sgorgati nel bosco, mi hanno ricordato di una storia, sentita tante volte, che vi racconto, per come me la immagino io:
Siamo nel cuore del Mar Ionio, un’imbarcazione solca le onde, nei primi anni di quella che oggi chiamiamo "l’era cristiana". Ma nessuno a bordo lo sa. Per quegli uomini, il tempo è misurato dalla fondazione di Roma o dagli anni di regno di Tiberio, un imperatore ombroso che siede sul trono che fu del carismatico Augusto.
Una nave mercantile scivola sull'acqua, diretta verso l'Italia. All'improvviso, il respiro del mondo si ferma. I venti calano. Le vele si afflosciano come ali stanche. È la bonaccia. Per cercare un alito di brezza sottocosta, la nave punta verso la piccola isola di Paxos, a sud della ben più grande Corfù.
È sera. I passeggeri hanno cenato, il vino scalda ancora i petti, ma un silenzio innaturale, quasi spettrale, avvolge il legno della nave. Al timone c’è un uomo, un egiziano di nome Tamo. Osserva i boschi dell’isola che sembrano pulsare nell’oscurità.
Poi, il silenzio viene squarciato. Dal buio dell’isola, una voce che non ha corpo grida un nome: "Tamo!".
Il timone trema nelle mani dell’egiziano. "Tamo!". Per la seconda volta. Il terrore gela il sangue dei passeggeri.
Solo alla terza chiamata, Tamo trova la forza di rispondere. E la voce, imperiosa come un decreto divino, gli ordina: "Quando sarai giunto a Palode, annuncia che il Grande Pan è
morto".
La nave riprende il mare. Tamo è un uomo diviso. È un ordine o un’allucinazione? Discute con i passeggeri: si può ignorare la voce di un dio? Decidono che debba decretare il fato: se a Palode ci sarà vento, tireranno dritto. Se ci sarà bonaccia, Tamo parlerà.
Arrivano davanti alla costa albanese, a Palode. Il mare è uno specchio d’olio, immobile, complice. Tamo allora sale sulla poppa. Prende fiato. Urla verso la terraferma le parole che cambieranno la storia del mondo: "Il Grande Pan è morto!".
Ciò che accade dopo non è descrivibile a parole umane. Dalla riva non risponde un uomo, ma la Natura stessa. Un gemito immenso, un coro di lamenti, grida angosciate scuotono l’aria. Non è una folla che piange: è la terra, sono i boschi, sono le grotte che urlano il dolore per la perdita del loro Signore.
Plutarco, sacerdote a Delfi, ci ha lasciato questo racconto nella sua opera Il tramonto degli oracoli. Ma chi era davvero Pan?
Pan non era un dio come gli altri. Alla nascita era così mostruoso che sua madre, la ninfa Driope, fuggì inorridita. Aveva corna, barba, zampe e zoccoli di capra. Era figlio di Hermes, il messaggero, ma il suo regno non era l'Olimpo, era l’Arcadia, la selva, l’incolto.
Pan è la natura. Non è la natura "giardino" che l'uomo coltiva; è la natura cruda, vitale, che si accoppia e fiorisce senza chiederci il permesso. In greco, Pan significa "Tutto". Egli era il panteismo fatto carne e pelo: l’anima del mondo, il soffio che vibra in ogni fibra del cosmo.
Con l’annuncio della sua morte, accadde qualcosa di tragico per noi: la natura smise di essere "viva" e divina. Diventò materia. Diventò un oggetto da studiare, da catalogare, da dominare. Il sacro si ritirò dal bosco.
Questo passaggio dalla selva alla civiltà non è nuovo. Lo troviamo già qualche millennio prima in un’altra figura cornuta, nel mito più antico dell’umanità: l’Epopea di Gilgamesh.
Nel racconto incontriamo Enkidu, creato dalla dea Aruru, dalla polvere della steppa, per bilanciare la tirannia del re Gilgamesh. Enkidu è gigantesco, peloso, ha corna e piedi taurini. Vive con le gazzelle, rompe le trappole dei cacciatori. È fratello di Pan.
Ma la civiltà non tollera l'incolto. Gilgamesh invia Shamhat, la sacerdotessa, la prostituta sacra: dopo sette giorni di congiungimenti, Enkidu è trasformato. Tenta di tornare dalle sue gazzelle, ma esse fuggono. Enkidu non profuma più di terra, profuma di uomo. Ha acquisito la ragione, ma ha perso l’innocenza. Viene vestito, mangia pane, beve vino. Viene addomesticato. Per entrare a Uruk, la città, deve rinunciare alla sua parte selvaggia.
Ecco il punto cruciale della nostra riflessione. La morte di Pan apre la strada alla nostra civiltà: la tecnica, la scienza, la razionalità. L’addomesticamento di Enkidu permette all’uomo di vivere nella società, uomo tra gli uomini, ma a quale prezzo?
La nostra coscienza è analitica. Per capire, deve dividere. Divide il bene dal male, il giusto dallo sbagliato, l’uomo dagli altri animali, l’io dal mondo. Ma la Natura, la dimensione panteistica di Pan, non conosce queste divisioni. La Natura accoglie tutto.
Più la nostra coscienza evolve, più diventiamo precisi, tecnici, separati... e più ci allontaniamo dal "Grande Tutto".
Sembra essere un paradosso irrisolvibile: per essere "uomini" coscienti, abbiamo dovuto dichiarare morto Pan. Abbiamo dovuto recintare la steppa di Enkidu. Abbiamo scelto la ragione, ma abbiamo condannato il puro istinto naturale all'esilio.
La nostra coscienza ha una storia evolutiva. C’è stato un tempo in cui essa era partecipativa, simbiotica con il mondo circostante. Un tempo in cui la Natura era sacra e vivente e l’uomo si sentiva una parte del tutto, certamente non il padrone del tutto.
In quel tempo chiedevamo il permesso alla Natura per quello che prelevavamo da essa e celebravamo rituali affinché continuasse a donarci i suoi frutti. C’è stato un tempo in cui non dipingevamo esseri umani o déi antropomorfi ma riempivamo buie pareti di grotte profonde di immagini di cavalli, bisonti, leoni ….. gli animali non erano rinchiusi negli zoo ma abitavano liberi le nostre menti.
I nativi americani, una delle ultime culture a vivere questa partecipation mistique con la Natura, che noi occidentali abbiamo provveduto a sterminare, ci hanno regalato canti e poesie che sono una celebrazione commovente di questo rapporto con la Madre Terra, come in questo canto Navajo:
Con il cuore colmo di vita e di amore camminerò. / Felice seguirò la mia strada. / Felice invocherò le grandi nuvole cariche d’acqua. / Felice invocherò la pioggia che placa la sete. / Felice invocherò i germogli sulle piante. / Felice invocherò polline in abbondanza. / Felice invocherò una coperta di rugiada. / Voglio muovermi nella bellezza e nell’armonia. / La bellezza e l’armonia siano davanti a me. / La bellezza e l’armonia siano dietro di me. / La bellezza e l’armonia siano sotto di me. / La bellezza e l’armonia siano sopra di me. / Che la bellezza e l’armonia siano ovunque, sul mio cammino. / Nella bellezza e nell’armonia tutto si compie.
Poi siamo arrivati noi europei a interrompere questa armonia, una fine tragica che risuona nelle parole angosciate di un nativo: “Per voi uomini bianchi il Paradiso è in cielo; per noi, il Paradiso è la Terra. Quando ci avete rubato la Terra, ci avete rubato il Paradiso”.
Il Paradiso lo abbiamo rubato anche a noi stessi: da soli ci siamo esiliati dall’Eden e così la nostra coscienza si è strutturata in un funzionamento sempre più analitico e quindi separatore: l’Io si è abituato a percepirsi come separato dall’oggetto osservato e questo ha permesso i progressi del pensiero scientifico che studia, cataloga e reinventa il mondo, percepito come oggetto.
La Natura è divenuta essa stesso oggetto, regolata da leggi matematiche che donano il dominio su di essa a chi ne apprende il funzionamento. Natura percepita come un infinito serbatoio di materie prime e di risorse utilizzabili per la crescita della civiltà.
Questo è il funzionamento della coscienza dell’uomo moderno e un ritorno verso un relazione partecipativa e unitaria la possiamo sperimentare oggi solamente abbassando l’intensità della coscienza, con pratiche che includano o meno sostanze psicotrope. Dobbiamo essere folli o drogati per tornare nell’abbraccio di Madre Terra.
Io frequento spesso la Natura, ne ho bisogno, e a volte mi capita di percepire questa unione profonda con l’ambiente che mi circonda: quando succede sono consapevole che mi trovo in uno stato di abbassamento della coscienza. Coscienza che ci ha permesso di esplorare Marte ma che sembra essere di intralcio per tornare a danzare immersi nell’abbraccio di Madre Terra.
Come uscire allora da questa impasse? Una proposta che sembra essere promettente ci viene dai movimenti ecologisti che propongono la coltivazione di una coscienza sistemica o planetaria. Una coscienza che apra la strada ad una fase ecologica di riconnessione con la Natura, basata sulla consapevolezza che l’indipendenza dell’essere umano da essa è un’illusione della modernità.
In realtà tutta la vita sul pianeta è interconnessa all’interno di un unico sistema ecologico, visione che ha portato all’ipotesi Gaia, dove la Terra non è più considerata un ammasso di rocce che ospita delle forme di vita ma un unico sistema complesso e autoregolato che si comporta come se fosse un unico grande organismo vivente, di cui noi siamo cellule e funzione.
Un rapporto con l’ambiente che forza il passaggio dall’ego-centrismo dell’essere umano all’eco-centrismo, che ci rende consapevoli che la sopravvivenza della nostra specie debba passare attraverso temi quali sostenibilità, rigenerazione, riconoscimento dei diritti degli ecosistemi. Un sistema economico che non misuri più soltanto il PIL delle nazioni, ma passi dal quanto al come si produce, che misuri il prezzo sull’ambiente che hanno i sistemi produttivi, quantificando tra i costi di produzione, l’impatto che essi hanno sulla Natura.
Un percorso di sviluppo della coscienza umana che forzi l’espansione dell’empatia ad abbracciare tutto il mondo naturale; lo psicologo Erich Fromm nel 1964 introdusse il termine “biofilia”, amore per la vita, per descrivere l’orientamento psicologico rivolto alla conservazione della vita e alla crescita che metteva in contrapposizione alla “necrofilia”. Un ventennio dopo, il biologo Edward Wilson[1] riprese questo termine ampliando il concetto ad un “bisogno genetico” di affiliazione con il mondo vivente. Nel suo libro del 1984, Biophilia, Wilson la definisce come "la tendenza innata a concentrare la propria attenzione sulle forme di vita e su tutto ciò che le ricorda e, in alcune circostanze, ad affiliarvisi emotivamente”.
Oggi esistono studi e organizzazioni (vedi l’Accademia Italiana di Biofilia) che si occupano di diffondere questo pensiero sottolineando come un rapporto armonico con l’ambiente porti a benefici sul benessere psicofisico dell’individuo. La biofilia sta contaminando sempre più discipline: esiste un’architettura biofilica che cerca di integrare elementi naturali negli edifici per il benessere di chi vi abita.
Ebbene sì, esiste anche una psicologia biofilica che studia il legame innato tra gli esseri umani e la natura, analizzando come questa connessione influenzi profondamente il nostro benessere psicofisico. Ricerche che dimostrano come il contatto con la natura diminuisca i livelli di cortisolo e porti un rallentamento del battito cardiaco, come porti ad una rigenerazione cognitiva attraverso un miglioramento della concentrazione e della memoria. Studi sui processi di guarigione che dimostrano come i pazienti con vista su elementi naturali sentono meno dolore e recuperano più velocemente ed evidenze di correlazioni tra esperienze in natura e riduzione dei sintomi di ansia, depressione e ADHD. Nei paesi scandinavi la prescrizione terapeutica a soggetti depressi di “immersioni nella natura” è già prassi.
Sembra paradossale dover prescrivere ad una persona un ritorno al contatto con la natura, dimensione che dovrebbe essere quella scontata per un essere vivente che vi appartiene. Eppure questa è stata la dialettica entro cui si è mossa la nostra coscienza: un passaggio tra fusione e separazione con il mondo naturale che ci circonda.
Da una parte un sentimento di dissoluzione, di partecipazione al “Tutto”, ricercata poi in epoche storiche dai mistici di varie culture religiose, la ricerca di quel “sentimento oceanico” definito da Romain Rolland[2], in cui sperimentare una pace interiore, data dal sentirsi in connessione con tutto il cosmo. Dall’altra il bisogno di sviluppare un Io separato dall’ambiente che possa entrare in un rapporto riflessivo con la Natura, che permetta le riflessioni che stiamo facendo oggi, che rappresenti, per questo superorganismo Gaia, la sua parte cosciente e autoriflessiva.
La sintesi tra queste due opposte istanze sembra essere lo sviluppo di una identità “relazionale” dove percepirsi come una parte di una Natura che ha preso coscienza di se stessa. Superare la scelta tra Io e Natura sviluppando una identità ecologica[3] per cui difendere la propria identità non significa più separarsi dal bosco ma capire che il bosco è un’estensione del proprio corpo biologico. Comprendere che non siamo fiori isolati in un prato ma tutto il prato che fiorisce in punti diversi.
Tra i pensatori moderni che hanno alimentato queste riflessioni possiamo senz’altro citare Arne Næss filosofo norvegese che ci ha lasciato nel 2009, celebre per aver fondato il movimento dell'Ecologia Profonda (Deep Ecology) nel 1973. Næss rifiuta l'idea che la natura esista solo per servire l'uomo. Ogni forma di vita ha un valore intrinseco, indipendentemente dalla sua utilità per gli esseri umani, spostando l’asse dall’antropocentrismo al biocentrismo. Egli sosteneva che il nostro "Io" non finisce con la nostra pelle, ma si estende a tutto ciò che è vivo. Se danneggiamo la natura, stiamo letteralmente danneggiando noi stessi.
Mitchell Thomashow, figura contemporanea, centrale nel campo dell'educazione ambientale e della psicologia applicata all'ecologia, nel suo saggio fondamentale "Ecological Identity" del 1995, porta la filosofia di Arne Næss su un piano estremamente pratico e personale. Se Næss parlava di un "Sé Ecologico" teorico, Thomashow spiega come si può costruire concretamente questa identità.
Per Thomashow tutto dipende dal modo in cui percepiamo noi stessi in relazione agli altri sistemi viventi. Non è solo un'idea politica o scientifica, ma il risultato di come le nostre esperienze personali con la natura (un bosco d'infanzia, un giardino, un animale) si intrecciano con i nostri valori e le nostre scelte di vita.
Thomashow si focalizza sulla formazione. Sostiene che per salvare il pianeta non bastano i dati scientifici: serve un cambiamento nel modo in cui definiamo chi siamo. Un'identità ecologica forte ci permette di agire non per "senso del dovere", ma perché sentiamo che proteggere la natura è proteggere la nostra stessa identità. Per questo propone degli esercizi molto pratici con l’obiettivo di coltivare una Identità Ecologica che vorrei qui ricordare:
1. La Mappa della Memoria Ecologica (Ecological Autobiography)
Questo esercizio serve a rintracciare le radici del tuo legame con la natura: prendi carta e penna e descrivi i luoghi naturali della tua infanzia (un bosco, una spiaggia, il giardino dei nonni o anche solo un albero sotto casa).
L'obiettivo è comprendere come quegli spazi abbiano modellato i tuoi valori attuali. Thomashow sostiene che spesso le nostre scelte adulte (anche politiche o professionali) nascono da una connessione emotiva stabilita in quei luoghi "sacri" dell'infanzia.
2. Il Monitoraggio del Luogo (Place-Based Observation)
Si focalizza sulla capacità di percepire i cambiamenti biologici nel qui e ora: scegli un "luogo di osservazione" vicino a casa (un parco, un fiume, o il tuo balcone) e visitalo regolarmente. Annota i cambiamenti: quando spuntano le prime foglie? Quali uccelli passano in questa stagione? Com'è l'odore dell'aria dopo la pioggia?
L'obiettivo è trasformare la natura da "sfondo generico" a soggetto vivo. Questo esercizio allena la "percezione della biosfera", rendendoti consapevole che fai parte di un ecosistema locale specifico.
3. L'Analisi del Ciclo di Vita Personale (The Ecosystem Within)
Questo è un esercizio di consapevolezza sui consumi e sulle interdipendenze: scegli un oggetto che usi ogni giorno o un alimento che mangi spesso. Ricostruisci la sua storia: da dove vengono i materiali? Chi lo ha prodotto? Quanta energia e acqua sono state necessarie? Dove finirà quando non ti servirà più?
L'obiettivo in questo caso è visualizzare i fili invisibili che ti legano al resto del pianeta. Serve a spostare la percezione del "Sé" da individuo isolato a nodo di una rete globale, riducendo il senso di alienazione tipico della società moderna.
Questi esercizi sono pensati per passare da una conoscenza astratta della crisi ambientale a una consapevolezza viscerale, simile al "sentimento oceanico" di cui parlava Rolland, ma applicata alla responsabilità quotidiana.
Li ho citati per portare le riflessioni di oggi anche su di un piano pratico. Ritrovare casa nel vivente, riconnettersi con la Natura di cui facciamo parte, passa attraverso la costruzione di uno stile di vita, di scelte del quotidiano, di piccoli gesti che divengono piccoli fili che ci riconnettono con il mondo naturale.
Nell’antico ambito germanico e norreno, troviamo l’idea del Wyrd, una "ragnatela cosmica" che unisce e connette tutto il creato in un unico tessuto. Ogni essere vivente è connesso da infiniti fili con tutto il creato e ogni azione scuote l'intera rete, influenzando la vita degli altri e il corso dell'universo.
In questa visione non esiste separazione tra uomo, natura e cosmo. Se danneggi una parte della "tela", il danno si ripercuote inevitabilmente su tutto il resto.
Ognuno di noi è una moira che tesse incessantemente i fili che ci collegano con il Tutto, che li mantengono ma che li possono anche tagliare, amputando connessioni che poi dolorosamente ricerchiamo. E’ con questo augurio che vorrei concludere, che ognuno di noi sia un felice tessitore e per questo vi lascio con le parole di una poesia moderna di Norman Russel, indiano cherokee dal titolo “Apparenze”:
Come l’albero non finisce
con le punte delle sue radici
o dei suoi rami,
e l’uccello non finisce
con le sue piume e col suo volo,
e la Terra non finisce
con i suoi monti più alti:
così anch’io non finisco
con le mie braccia, i miei piedi,
la mia pelle,
ma mi espando di continuo
con la mia voce e il mio pensiero,
oltre ogni spazio e ogni tempo,
perché la mia anima è il mondo.
[1] Il contributo di Edward O. Wilson è fondamentale perché ha trasformato un'intuizione filosofica in un’ipotesi scientifica ed evoluzionistica. Per Wilson, la biofilia non è un vago sentimento poetico, ma un vantaggio adattivo ereditato dai nostri antenati. Poiché l'essere umano è sopravvissuto per milioni di anni imparando a leggere i segnali della natura (dove trovare acqua, quali piante sono commestibili, quali animali sono pericolosi), il nostro cervello è ancora "cablato" per rispondere positivamente agli ambienti naturali sani. Wilson sostiene che la nostra salute mentale e fisica dipenda dalla qualità del nostro contatto con il mondo vivente. La mancanza di questo legame (causata dall'urbanizzazione estrema) porterebbe a ciò che oggi viene chiamato "disturbo da carenza di natura".
[2] Il concetto di "sentimento oceanico" nasce da uno scambio epistolare del 1927 tra Romain Rolland e Sigmund Freud. Rolland lo descrive come un'emozione puramente soggettiva, una sensazione di eternità e di essere "uno con l'universo". Non è un dogma religioso, ma un sentimento spontaneo di comunione totale con il mondo esterno, come se i confini tra l' "Io" e il resto del creato si sciogliessero. Rolland scrisse a Freud dopo aver letto “L'avvenire di un'illusione”. Pur concordando con Freud sulla critica alle religioni istituzionali, Rolland sosteneva che lo scienziato avesse trascurato la vera fonte della religiosità: non la paura o il bisogno di un padre, ma proprio questo sentimento di infinito, che lui stesso provava costantemente. Freud rispose nel celebre saggio Il disagio della civiltà (1929). Pur ammettendo di non aver mai provato nulla di simile ("non posso scoprire in me stesso questo sentimento oceanico"), cercò di darne una spiegazione psicanalitica: lo interpretò come una regressione a una fase della prima infanzia (fase narcisistica primaria). In quel periodo, il neonato non distingue ancora il proprio corpo dal seno materno o dal mondo esterno: è un momento di unione totale. Per Freud, il sentimento oceanico è la sopravvivenza nell'adulto di questo stato psichico primitivo.
[3] Il concetto di identità ecologica è stato sviluppato da pensatori come Arne Naess (fondatore dell’Ecologia Profonda) e Mitchell Thomashow.
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